09-2011 | Intervento
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Crisi, categorico un ricambio culturale

dott. ing. Franco Ligonzo

Oggi, in Italia, “gestire la crisi” è un imperativo categorico. Noi, del Giornale dell’Ingegnere, ne siamo da tempo convinti e infatti abbiamo pubblicato diversi articoli sulla formazione e ricerca nelle Università, sull’innovazione di prodotto/processo, ma anche sul ricambio culturale nelle imprese e negli imprenditori, considerando l’apertura al nuovo e le riforme fattori essenziali per la ripresa in un mondo in profondo e continuo cambiamento. Per questi motivi, ci sembra assolutamente encomiabile e degna di nota l’iniziativa dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Torino, con il contributo della Commissione Ingegneri Manager, di affrontare, nell’ambito di un ciclo di seminari, il tema “Gestire la Crisi. Informazioni e tecniche per comprendere e contrastare la recessione.” A maggior ragione è significativa in una città come Torino, sede della FIAT e centro di tutto quell’indotto che fa capo al settore automotive che è certamente il più esposto alla concorrenza globale. Le tematiche in agenda sono: Realtà locale e mercato globale, risparmi e previdenza, innovazione, marketing e management per competere e fronteggiare la crisi.

A questo proposito, il Presidente dell’Ordine torinese Remo Giulio Vaudano ha dichiarato: “L’iniziativa conferma come il Consiglio dell’Ordine sia molto attento all’evoluzione dell’attuale scenario economico, che potrebbe convergere ad un equilibrio diverso da quello che ci si aspetta. Ci si augura in questo modo di offrire una grande opportunità di partecipazione a quanti vogliano acquisire validi strumenti per comprendere situazioni, scenari ed attori di questo delicato momento socioeconomico”. Nel seguito, con la gentile autorizzazione dell’Autore, pubblichiamo l’intervento di Francesco Profumo, Rettore del Politecnico di Torino, che tocca due aspetti cruciali del gestire la crisi: il fattore tempo, che non significa banalmente il tempo per aprire un’impresa, ma il tempo per lanciare un nuovo prodotto, entrare in un nuovo mercato, cambiare il proprio modo di pensare e le proprie skill, e il fattore rischio implicito in nuove idee imprenditoriali che non nascono più dall’esperienza, ma dalle conoscenze future.

Il Rettore Profumo: gestione della crisi, innovare per competere

prof. ing. Francesco Profumo*

Il tema è ambizioso e la strada mi sembra in salita, vista la posizione del nostro Paese. Vorrei condividere con voi una riflessione su due termini: il primo è “rischio” e il secondo è “tempo”. In questi anni ho avuto l’onore di essere Rettore di una delle università italiane che ha provato a mettersi in gioco, partendo dalla tecnologia, dal merito, dalla possibilità di trovare quello spirito che all’interno di un’università crea le condizioni perché la creatività possa diventare un elemento di crescita. In questi anni, in occasione delle cerimonie di apertura dell’Anno Accademico e durante gli incontri con gli studenti, ho ripetuto più volte che un’istituzione che ha ormai centocinquant’anni di storia, come il Politecnico di Torino, ha il dovere di formare professionisti, di formare persone che possano trovare impiego nel settore privato e nel pubblico ma soprattutto formare persone capaci di cimentarsi con una sfida nuova: essere imprenditori. Apparentemente possono sembrare parole poco concrete, ma vi voglio dare un esempio basato sulla nostra esperienza. Noi abbiamo creato un campus all’interno del quale oggi abbiamo venticinque centri di ricerca privati, un incubatore dove creiamo tre nuove imprese ogni due mesi.

Questo trend ci ha consentito, nel corso di sei/sette anni, di creare circa tremila posti di lavoro stabili con un turnover interessante e un’età media che si mantiene intorno ai trent’anni. Io credo che ciò sia stato possibile perché fondamentalmente noi abbiamo provato ad insegnare ai nostri ragazzi cos’è la parola “rischio”, una parola che non è parte del vocabolario dei nostri figli. I nostri bambini quando vanno all’asilo non sanno cos’è il rischio, i nostri studenti non lo sanno, noi stessi non lo sappiamo. Nei Paesi in cui questa parola fa parte del senso comune, il fallire non è un fatto negativo, ma positivo perché da ciò che appare una sconfitta si può costruire una storia imprenditoriale di successo. Vorrei proporre qui una riflessione su questo argomento: credo fermamente che la politica debba avere un’attenzione particolare a come il fallimento - che nel nostro Paese è una macchia oscura che ci si porta dietro per tutta la vita - in molti altri paesi è un elemento da cui si può ripartire. Dove c’è una propensione forte al rischio c’è in realtà la condizione per provare a diventare una persona vincente. A ragion veduta, nelle esperienze di molti imprenditori o di molti giovani che oggi sono al top, vi è alle spalle un certo numero di fallimenti; quindi credo che queste parole “rischio” e “fallimento” debbano essere tenute in considerazione in una diversa accezione. Qualche anno fa, al Politecnico, lanciammo un modulo sulla nuova imprenditorialità all’interno dei corsi d’Ingegneria e ricordo che, come succede quasi sempre a Torino, il primo anno fu un semi-fallimento. Io avevo spinto molto questa iniziativa e riuscimmo a trovare solo dieci studenti.

Vennero da me i colleghi e dissero: «Ancora una volta forse abbiamo fallito», ma io risposi: «Proviamoci ancora per due o tre anni, mettiamoci un po’ di risorse». Il secondo anno gli studenti erano diventati settanta, il terzo anno duecento, il quarto anno o il terzo anno erano diventati oltre trecento. Oggi, dal seme che abbiamo lanciato, molti dei nostri ragazzi sanno che cosa vuol dire fare imprenditoria, il che non significa che necessariamente faranno gli imprenditori, ma sicuramente siamo riusciti a formalizzare un percorso che consenta di capire che cosa vuol dire rischiare al fine di trasformare un’idea in un’opportunità di crescita. Ebbene, questo esperimento ha dato i suoi frutti. Come accennavo poc’anzi, ormai abbiamo tre nuove imprese ogni due mesi, facciamo una call ogni anno per nuovi imprenditori, riceviamo (dipende dagli anni) da quattrocento a seicento domande che sono semplicemente piccoli semi. Cerchiamo, e temo che, per nostri limiti, non siamo in grado di selezionarne più di cinquanta, dopodiché avviamo un processo sulla nuova imprenditorialità di formazione e alla fine scegliamo da quindici a venti proposte ogni anno. Vi dico la verità: questi numeri sono dimensionati né sulla necessità, né sull’opportunità, né su una certa forma di razionalità, ma sulle risorse che abbiamo a disposizione. Noi non saremmo capaci di fare un’operazione più grande di questa e sono certo che con delle maglie così strette, in realtà perdiamo molte opportunità: coloro che sarebbero forse un po’ più deboli in partenza, ma che potrebbero far nascere una qualche idea che poi veramente potrebbe diventare un grande successo.

Ricordo alcuni anni fa una tesi di laurea, una di quelle cose che spesso non porta a nulla di concreto, presentata da un gruppo collegato all’open source che incominciava a scrivere un modulo software per fare una valutazione del traffico sulle reti Internet, che allora erano di tipo LAN, cosa che ebbe un piccolo successo. In seguito, uno di questi ragazzi, un certo Loris De Gioanni, decise di andare a seguire una parte del suo dottorato in California, al UC Davis e lì incontrò un professore d’origine italiana che si chiama John Bruno. Lo studente gli raccontò che cosa aveva fatto fino allora e John disse: “Questa è una grande idea!”. Allora un analizzatore costava da 50 a 70.000 dollari e quasi nessuno lo poteva avere. Il Professor Bruno credette che potesse essere un successo e propose allo studente di costituire una società. Lui aveva sessantacinque/sessantasei anni e non aveva mai fatto Impresa, ma fu stimolato da questo ragazzo che rispose: «Va bene, la facciamo. Però che cosa vuol dire?» e insieme decisero di farla andare avanti. Non si rivolsero ad un venture capitalist, non andarono da una banca, ma dissero: «Ci finanziamo attraverso una consulenza importante alla Boeing», così nel loro tempo libero, alla sera, lavoravano a questo progetto.

Nel giro di un anno ne scaturì una realizzazione concreta, la misero su un sito che si chiama “Wireshark” e dopo un paio di mesi ebbero cinquecentomila download al mese, che significa sei/sette milioni di contatti all’anno. La questione iniziò a farsi interessante, erano sempre loro due, erano davvero dei piccoli artigiani. Nel frattempo pensarono che intorno a questo frame si potessero costruire dei moduli per fare business e iniziarono ad utilizzare il social network informale dei nostri studenti, una rete di ragazzi bravissimi, che rispose in modo entusiasta, così incominciarono a chiamare un gruppo di nostri laureandi, laureati, tesisti negli Stati Uniti, tutti provenienti dalla provincia di Cuneo. Il fondatore di tutto ciò proviene da un piccolo paesino, lo stesso dell’acqua Sant’Anna: Sant’Anna di Vinadio, che credo che abbia, non più di cinquecento abitanti. Partirono i primi “pionieri”, nel 2007 il numero iniziò a crescere, nel 2010 erano cinquanta, di cui metà provenienti dalla nostra scuola. Tutti insieme decisero di provare a fare un exit, ossia vendere la loro società, anche perché John Bruno aveva deciso di ritirarsi. Ci provarono e nel giro di quattro mesi riuscirono a vendere l’azienda per diverse decine di milioni di euro, l’acquirente era una grande società, un colosso che si chiama Riverbed, quotata al Nasdaq a 5.5 trillions USD.

Oggi tutti questi ragazzi sono stati assunti da Riverbed ed hanno firmato un impegno biennale di non concorrenza. Alcune settimane fa, li ho incontrati e a Loris De Gioanni ho chiesto: «Dimmi, questa cosa l’avresti potuta fare in Italia, a Torino? Tu hai studiato a Torino e il know-how l’hai portato da Torino. John Bruno forse sarebbe venuto a Torino, era figlio di Italiani e quindi si sarebbe magari trasferito volentieri, inoltre oltre il 50% di questa azienda viene dalla nostra scuola ». Lui rispose: «Ho scelto questi ragazzi non perché fossero provenienti dal mio stesso paese o da paesi vicini, ma perché erano i più bravi, perché erano i più motivati». Io sono consapevole del fatto che noi abbiamo una grandissima tradizione su questi temi, sull’ open source in particolare, così aggiunsi: «Perché non hai implementato la tua idea a Torino?». Lui mi diede una risposta secchissima: «Per prima cosa a Torino, in Italia, il tempo non ha valore. Da noi si pensa che per costituire un’azienda, per poterla fare crescere, per poterla vendere ci vogliano quindici anni, vent’anni, qui si può fare in tre anni, anzi se si supera questo termine è finita, perché l’innovazione oggi ha questi tempi. In generale bisogna che ci abituiamo a considerare cambiata la base dei tempi, bisogna tenere presente che il tempo corre molto più velocemente che nel passato» e questa fu la prima risposta. La seconda fu: «Se io avessi idea di vendere la mia azienda» mi disse «perché voglio fare l’imprenditore, ma voglio farlo rigenerandomi ogni tre, quattro, cinque anni, in Italia avrei la possibilità di fare un exit, perché non c’è mercato per questo tipo di operazioni». Ebbene, io credo che la politica una riflessione su questo tema la debba fare: abbiamo le competenze, abbiamo l’entusiasmo, ma non abbiamo quegli elementi che sono in fondo elementi di cultura; noi dobbiamo creare prima di tutto la cultura perché tutto ciò avvenga. L’Italia è troppo piccola per fare da sola un passo così importante.

Concludo domandandovi se sapete quante start up abbiamo in Italia. Forse meno di un migliaio; noi ne abbiamo create circa centocinquanta in qualche anno: sono troppo poche. Occorre una dimensione più grande. Io penso che su questo progetto ci si possa lavorare, le esperienze le abbiamo, dobbiamo ricostruire queste reti in giro per il mondo basandoci sulle esperienze di chi ha già fatto queste esperienze, non dobbiamo provare ad inventare la ruota, dobbiamo provare a trasferire verso di noi un feedback di quello che è successo e dobbiamo guardare un po’ lontano, dobbiamo cercare di capire che cosa hanno fatto gli altri su una dimensione veramente globale.

Grazie.

*Rettore del Politecnico di Torino

 

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