10-2011 | Editoriale
PDF Stampa E-mail

Pensieri in libertà...a cominciare dagli ingegneri

dott. ing. Franco Ligonzo

Dov’è finito l’orgoglio di essere ingegneri?

Sullo speciale “Progettare e costruire in calcestruzzo preconfezionato”, pubblicato nel numero 4 del nostro Giornale, spiccavano l’intervento al V Congresso ATECAP del Prof. Francesco Karrer, Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e l’intervista a Sivio Sarno, Presidente ATECAP. Entrambi, infatti, erano incentrati sulla qualificazione delle forniture di calcestruzzo; entrambi gli Autori si dichiaravano fortemente impegnati nel restituire credibilità al settore, concordando su una strategia d’attacco a tre punte:

  • 1) diffusione della conoscenza sulle nuove norme e cabina di regia per l’aggiornamento e l’integrazione delle stesse,
  • 2) sinergia con le Associazioni più impegnate sul fronte della qualificazione del prodotto e dei produttori,
  • 3) sinergia con gli organismi di controllo (Guardia di Finanza e Arma dei Carabinieri).

Entrambi citavano esplicitamente come parti interessate lo stesso Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, le Associazioni degli operatori del settore (ATECAP in primis) e come organismi di controllo Guardia di Finanza, Arma dei Carabinieri e Capitanerie di Porto (?). Solamente il presidente Sarno, interrogato sul coinvolgimento degli Ingegneri, parlava di pluriennale collaborazione con il CNI e i vari Ordini per “illustrare le novità in tema di prescrizione, produzione e impiego del calcestruzzo”. Poca cosa, considerato che ingegneri e architetti sono figure centrali nella filiera delle costruzioni e considerato che sulla loro probità e diligenza vigilano per legge i Consigli degli Ordini i quali, a loro volta, rispondono al Ministero di Giustizia. Eccessiva, invece, l’enfasi degli autori sul ruolo della Guardia di Finanza e dell’Arma dei Carabinieri che, secondo me, dovrebbero essere chiamati in causa solamente quando ci siano già ipotesi di reato.

Questa scarsa attenzione sul ruolo degli ingegneri / architetti mi colpì subito, ma oggi, a distanza di oltre due mesi dalla pubblicazione del n.4, mi stupisce ancora di più che nessun Presidente di Ordine, nessun ingegnere, nessun architetto abbia preso carta e penna per stigmatizzare la cosa e chiedere chiarimenti. Ora lo faccio io, ma chiedo anche ai colleghi ingegneri e architetti il perché del loro silenzio. Disattenzione? Tentativo di fuga dalle proprie responsabilità? Mi domando anche come possiamo rivendicare nuovi ruoli per ingegneri e architetti quando non difendiamo neppure il nostro ruolo tipico.

Redditività del made in Italy

Un po’ di tempo fa, parlando di FIAT e di altri colossi nazionali, andava di moda mettere in evidenza la diversità dei loro risultati in Italia e all’estero. Sull’argomento, mi aveva colpito soprattutto un articolo sul Sole 24 Ore in cui, citando i campioni nazionali, si metteva in evidenza che i risultati delle unità produttive italiane erano sempre peggiori di quelli all’estero. Per giustificare i peggiori risultati in termini di fatturato si diceva di un mercato interno in affanno rispetto a quelli esteri, ma non si diceva della perdita di quote di mercato dei prodotti nazionali rispetto a quelli esteri. Per giustificare i peggiori risultati in termini di margine operativo lordo si diceva, come sempre, di maggior costo del lavoro, pur riconoscendo che questo non bastava a spiegare la differenza. Infine, per giustificare i peggiori risultati in termini di utili si diceva dell’erario più famelico del mondo con un total taxe rate italiano pari al 68,4% a fronte di quello tedesco di venticinque punti inferiore. Su quest’ultimo punto l’articolo concludeva: “allora la partita è persa”. Però, proprio quella differenza nel total taxe rate mi ha suggerito un sospetto: non è che per caso i campioni nazionali, attraverso i trasferimenti intercompany (per esempio di parti, di know-how, ecc.. fra un’unità produttiva e l’altra) spostano gli utili verso i paesi dove il fisco è meno famelico? Questa potrebbe essere un’altra possibile causa della differenza di redditività del made in Italy; in questo caso, a fianco della cura Marchionne, ci vorrebbe una cura Tremonti.

“Gli ingegneri? In India : i giovani sono più evoluti”

Sul n.5 del nostro Giornale è stato pubblicato uno stralcio dell’intervento di Federica Guidi, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, a un convegno tenuto a Bologna sul tema del “merito”. E’ un intervento che certamente andrebbe commentato nel contesto del convegno; preso da solo, mi ha lasciato perplesso. Riferendosi ai giovani indiani a paragone con i nostri, Federica Guidi faceva considerazioni del tipo “parlano inglese”, “hanno una straordinaria propensione a viaggiare”, “E’ gente che ha capito che ha in mano il proprio futuro”. A me, però, risulta che ogni anno 70.000 neolaureati lasciano l’Italia per andare a costruire il loro futuro all’estero e non mi sembrano pochi. D’altra parte, è del tutto normale che gli indiani siano di più: perché è una popolazione più numerosa, perché fuggono da una povertà nera, perché hanno minori esigenze di vita.

E, detto per inciso, è altrettanto normale che parlino inglese perché l’India ha fatto parte del Regno Unito fino al 1947. Poi, parlando di lavoro femminile, diceva “Se una donna vuole diventare il capo della qualità e c’è un problema al sabato pomeriggio in Dakota, deve andare là finché il problema non è risolto. E non c’è scampo”. Condivido, salvo che mi sembra un caso particolare; d’altra parte sono contento che in Italia tenga ancora almeno l’istituto della famiglia. Infine, riferendosi alle possibilità di lavoro in Italia, Federica Guidi diceva “esistono anche gli istituti tecnici”, ”un buon perito o un buon disegnatore meccanico, che parlino inglese, possono avere davanti a sé un percorso professionale più roseo” (di un laureato? ndr). A me risulta invece che un’impresa globale o un’impresa che faccia uno stabilimento in Cina o in India (come quella di famiglia della Signora Guidi) non pensi neppure lontanamente a comprare l’ingegneria di dettaglio in Italia, ma la faccia fare dove costa meno o sul posto. Non vedo quindi come un disegnatore meccanico italiano, anche se sa l’inglese, possa competere con un disegnatore indiano, fatta eccezione per le imprese che progettano e producono in Italia.

Concludendo, concordo sul fatto che una maggior disponibilità dei nostri ragazzi a coprire i posti vacanti per paramedici, idraulici, giardinieri, autisti di auto blu, operai specializzati e forse anche disegnatori potrebbe contribuire a ridurre la disoccupazione giovanile a scapito degli immigrati, ma mi rifiuto di pensare che questa sia la soluzione del problema che, invece, richiede nuovi prodotti, nuove tecnologie, nuova cultura d’impresa e anche nuovi imprenditori.

Lobbies, Controlli e Costumi

Sul n.8 del nostro Giornale ho letto “Deepwater Horizon: alla base del disastro errori tecnici e umani” e poi ho letto e sto leggendo tanti pezzi sul disastro nucleare a Fukushima e mi sono venute spontanee tre considerazioni:

  • 1) per il petrolio e il nucleare si usano due pesi e due misure, infatti dopo il disastro nel Golfo del Messico non si è parlato più di tanto di sospendere le trivellazioni in mare, mentre vediamo tutti cosa sta succedendo sulle nuove centrali nucleari. E’ colpa dei Media? E’ colpa della gente che si comporta come la famosa rana: tenta di saltar fuori dalla pentola di acqua bollente (nucleare), ma rimane tranquilla nella pentola d’acqua messa sul fuoco (emissioni di CO2)?
  • 2) la gestione privata di impianti ad alto rischio (siano essi petroliferi, chimici, nucleari o altro) va tenuta sotto controllo più seriamente. Sia nel Golfo del Messico sia in Giappone, infatti, si è parlato di errori tecnici e umani, ma anche di carenza di controlli da parte degli enti preposti. Allora: questi disastri sono colpa dell’incertezza o del solito dio Denaro?
  • 3) una volta, in Giappone, chi sbagliava faceva Harakiri, oggi ha imparato dai dirigenti della BP (Deepwater Horizon) a fare “il pesce in barile”. Quella era una prova estrema di etica sociale, ma questa cos’è? Un segno di progresso? E che segno è se qualcuno, durante il terremoto, ride pensando ai guadagni che farà nella ricostruzione? E’ capitato a L’Aquila nel 2009; sarà capitato anche in Giappone?
 

Usiamo i cookies per darti un'esperienza pratica e senza soluzione di continuità sul nostro sito. Continuando a navigare in questo sito, concordi con la nostra politica sui cookies. Scopri di più sui cookies nella nostra pagina dedicata alla Politica sui Cookies.

Accetto e proseguo la navigazione del sito