20-2011 | Ricerca
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Il nostro Giornale ha incontrato il nuovo presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche

Profumo: “Vorrei un CNR più internazionale e percorsi comuni con il sistema socio-economico”

Davide Canevari

A poche settimane dalla sua nomina a presidente del CNR, il Giornale dell’ingegnere ha incontrato Francesco Profumo, per capire come intende guidare la più importante struttura di ricerca che abbiamo in Italia e quali esperienze maturate come Rettore del Politecnico di Torino gli saranno più utili in questa nuova importante sfida professionale. “Il sistema CNR è molto più complesso e articolato – è il primo commento di Profumo - rispetto al Politecnico di Torino. I fattori di scala dimensionale non sono lineari; non si può quindi pensare a un trasferimento immediato delle esperienze maturate. Sono però convinto che quattro elementi che hanno contraddistinto il mio precedente incarico potranno essere positivamente riproposti”. Il primo ha a che fare con la definizione di un piano strategico dell’ente. “Non vuol essere uno strumento troppo rigido o vincolante – commenta Profumo – bensì una sorta di percorso ideale, una road map.

Nella ricerca non si può certo navigare a vista”. Secondo proposito, quello di incrementare l’internazionalità dell’ente. Una sfida non facile e che non potrà essere giocata solo in casa. “Già oggi il CNR gode di una grande reputazione all’estero, ma vorrei accrescere ulteriormente la mobilità sia dell’ente verso l’estero, sia di ricercatori stranieri verso di noi. La ricerca deve essere sempre più concepita secondo un concetto di rete, occorre mescolare il sangue, rendere i laboratori sempre più a pareti mobili. Senza mai dimenticarsi che l’internazionalizzazione è, prima di tutto, un fattore di cultura-Paese. È difficile che nasca come un’esperienza isolata. Anche per questo, ed è il mio terzo obiettivo, intendo accrescere le relazioni tra il CNR e il sistema socio-economico dell’Italia. Credo che ci siano tutte le condizioni perché il CNR possa diventare uno dei pivot della crescita economica, con un sistema di relazioni molto più strutturato rispetto ad oggi”. Infine, il quarto tema: la relazione con il sistema delle Università in un concetto di rete, con l’obiettivo di superare quell’eccesso di parcellizzazione che contraddistingue (anche) la nostra ricerca e che diventa un elemento di debolezza in particolare in queste fasi difficili dell’economia che si traducono, inevitabilmente, in una riduzione delle risorse. Concentriamo l’attenzione proprio su questo aspetto. La situazione attuale rischia di creare un circolo vizioso. Se l’economia è in fase di stallo è difficile reperire fondi per la ricerca. Ma è altrettanto vero che senza investimenti in ricerca è sicuramente più difficile che un’economia possa riprendere la strada della crescita...

Professor Profumo, come se ne esce?

Una strada percorribile porta in Europa. Oggi l’Italia ha una partecipazione ancora troppo limitata nei grandi progetti comunitari di ricerca. Occorre quindi elaborare una policy specifica per una maggiore presenza del CNR in ambito UE. La seconda strada è quella di attivare accordi di partnership e percorsi in comune con il sistema socio economico. Sicuramente, occorre evitare il rischio - già evidenziato in precedenza - della parcellizzazione.

Eppure, un recente Rapporto della Commissione Europea (2010 EU Industrial R&D Investment Scoreboard) di cui ha parlato anche il nostro Giornale ha evidenziato quasi tutte le nazioni, con l’esclusione di Cina, India e Svizzera, hanno finora risposto alla crisi internazionale tagliando anche massicciamente, gli investimenti in ricerca. Come superare questa tentazione?

Attraverso la reputazione dei risultati. Bisogna saper comunicare (meglio) che la crescita non può passare attraverso la riduzione della spesa. Occorre puntare alla rigenerazione dei prodotti e dei sistemi. E un Paese come l’Italia, che non ha materie prime interne e che non può competere in termini di costo del lavoro, deve saperlo fare prima e più velocemente degli altri. Il Paese Italia è ancora – per molti versi – legato all’epoca dei mille Comuni e, quindi alla polverizzazione degli sforzi. Soprattutto in un mercato contraddistinto dalla riduzione delle risorse occorre andare nella direzione opposta.

Come intende declinare il CNR questi buoni propositi?

Abbiamo 108 istituti distribuiti su tutto il Paese e questo ci può avvicinare in maniera molto efficace al territorio, ascoltando la domanda che viene dalla società e fornendo risposte concrete alle sue esigenze. Fino ad oggi l’interlocutore privilegiato del CNR è stato il Ministero; adesso occorre ampliare l’ambito delle nostre relazioni.

A chi sta pensando, in particolare?

Sicuramente alle Regioni, proprio per la nostra capacità di guardare al territorio. A, poi, alle fondazioni ex bancarie. Se riusciremo ad attivare un tavolo di lavoro attorno al quale sederci assieme a tutti questi attori, penso che davvero potremo ottenere buoni risultati. E riusciremo anche a competere meglio nelle grandi partite della ricerca internazionale.

Cosa fare per migliorare la fase strategica della disseminazione e per avvicinare la ricerca ai cittadini?

Effettivamente, credo che troppo spesso, i temi della ricerca finiscano per essere condivisi solo tra addetti ai lavori. Alla gente manca una percezione di quale sia il vero valore della ricerca e di quanto si sta facendo di concreto nei laboratori. Per assurdo, manca una fiction di successo sulla ricerca. Forse si potrebbe cominciare da qui per iniziare a comunicare in maniera meno severa le valenze della ricerca. Un’altra strada è quella percorsa dal mondo anglosassone dove già nella fase preliminare di determinazione dei filoni di ricerca vi è un ampio coinvolgimento del cittadino che viene quindi chiamato in causa fin dall’inizio. I progetti di ricerca non sono calati dall’alto ma partono (almeno in parte) dal basso. E questo, certamente, avvicina ai cittadini il mondo della ricerca. Inoltre, occorre avere tempi di risposta più efficaci.

Ovvero...

Nelle mutate condizioni sociali ed economiche, questi devono saper essere sempre più brevi. E, in ogni caso, devono essere mantenuti secondo gli impegni prestabiliti. L’idea di poter comunque recuperare domani quello che si sarebbe dovuto fare oggi (che nasce già dai banchi dell’Università, con la figura dei fuori corso) sicuramente, non aiuta nel dare credibilità, visibilità e applicabilità ai risultati della ricerca.

In conclusione, come sta vivendo queste prime settimane di lavoro?

Sono molto contento, ma nello stesso tempo anche consapevole della grande responsabilità che mi è stata affidata e quindi giustamente preoccupato. Conosco bene il CNR, per i rapporti che in questi anni abbiamo intessuto con i suoi ricercatori. Un po’ meno la sua organizzazione interna e i suoi aspetti gestionali. Non sarà facile quindi; ma certo si tratta di una bella sfida”.

Se dovesse riassumere in poche parole, i contenuti di questa intervista?

Vorrei un CNR internazionale per lo sviluppo del territorio.

 

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