21/22-2011 | Sismologia
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Il Giornale dell’Ingegnere ha realizzato questa intervista con il nuovo responsabile dell’INGV

Il presidente Giardini: “Sismologia e vulcanologia, l’Italia possiede competenze di livello mondiale”

Davide Canevari

A poche settimane dal suo insediamento il nuovo presidente dell’INGV, Domenico Giardini, ha rilasciato al Giornale dell’Ingegnere un’intervista ricca di spunti evidenziando, in particolare, l’assoluta eccellenza dell’Italia in un comparto delicato come quello della geofisica e della vulcanologia.

Un commento a caldo: come sono state queste primissime fasi di lavoro?

Direi piuttosto calde. L’INGV – nel suo campo di attività e di competenza – è un istituto di ricerca ai vertici mondiali. È al numero uno al mondo per la vulcanologia e tra i primi tre nella sismologia. La sfida professionale che sto affrontando è quindi complessa ed eccitante nello stesso tempo; sicuramente di grande responsabilità operativa. Stromboli ed Etna, per esempio, sono due vulcani che proprio in questi mesi sono in forte attività, e vanno quindi monitorati con grande attenzione. Insomma, sono state settimane – e lo saranno anche le future – molto, molto interessanti. Conforta sapere che la ricerca italiana, nel settore della geofisica e della vulcanologia è ai vertici... Siamo sicuramente all’avanguardia e possiamo vantare competenze di assoluta eccellenza. Il nostro è sempre stato un settore fortemente stimolato da esigenze contingenti e, direi, endogene al nostro Paese (vulcani, terremoti). Questo ha permesso di creare una massa critica di ricercatori, all’interno di enti ed Università, che oggi ha portato l’Italia ai vertici internazionali. Nella ricerca, l’exploit isolato o limitato a un ambito troppo ristretto è comunque positivo, ma da solo non può certo bastare. Occorre integrare varie competenze e vari settori, dalla scienza pura alle applicazioni sul mercato, coprire l’intera filiera. Solo così ci può essere vera eccellenza riconosciuta anche all’estero.

Al proposito, quanto è importante in questo settore la cooperazione internazionale?

L’ambito internazionale è per noi più che mai dominante: interagire con ricercatori e strutture stranieri di elevata professionalità, poter importare (e al contempo esportare) competenze e personale di spessore, imparare ed insegnare, mantenere un continuo scambio con chi in giro per il mondo fa il nostro stesso lavoro. Questo vale per tutte le scienze ambientali e climatiche, e in particolare per la nostra, che affrontano problemi su scala globale. Dunque, che non possono essere circoscritti in uno specifico ambito territoriale. La geologia non ha confini politici. Magari li crea (tipico l’esempio delle montagne che spesso delineano le frontiere tra due nazioni); ma a quel punto ciò che succede sotto va necessariamente visto da entrambi i versanti. Per questo è fondamentale costruire delle reti distribuite in tutto il mondo, e promuovere un costante scambio di dati, informazioni, esperienze scientifiche, in uno spirito di collaborazione che sia il più ampio possibile. Non solo. L’esperienza fisica – magari di un evento successo a decine di migliaia di chilometri di distanza – può comunque essere utile per meglio capire ciò che sta succedendo sotto i nostri piedi. Non possiamo imparare solo dai terremoti e dagli eventi che si verificano in Italia...

Quali sono in Europa gli ambiti di maggior rilievo nei quali è coinvolto l’INGV?

Siamo attivi in numerose iniziative, ad esempio per l’integrazione delle strutture e dei punti di monitoraggio. In particolare, l’INGV detiene due leadership in altrettante grandi infrastrutture europee della geofisica: EPOS (European Plate Observing System) e EMSO (European Multidisciplinary Seafloor Observatory). Questo, per noi e più in generale per l’Italia, è un riconoscimento significativo. L’Europa per noi è certamente un’importante fonte di finanziamenti (indispensabili per tutti i progetti con una dimensione multinazionale) ma ancor più un prezioso serbatoio di competenze con le quali confrontarci.

Quanto è importante sviluppare il concetto di prevenzione?

La prevenzione è un’opera continua, su cui bisogna investire giorno dopo giorno, che non può mai dirsi arrivata o pienamente soddisfatta dei risultati raggiunti. È un lavoro in divenire che procede di pari passo con l’incremento delle conoscenze tecniche e scientifiche. Certo, non è un ambito facile, perché ci sono tante esigenze che si mischiano e spesso, soprattutto quando si parla di costruito, occorre fare i conti con una realtà che si è già definita e consolidata nel corso di molti decenni.

Altro argomento scottante, quello della prevedibilità di questi fenomeni, in particolare dei terremoti. Fino a dove può arrivare la scienza?

Quando si parla di grandi terremoti, abbiamo a che fare con fenomeni molto rari, che si verificano con intervalli temporali di centinaia o anche migliaia di anni. Se si intende come prevedibilità l’individuazione di una certa area all’interno della quale sarà più probabile il verificarsi dell’evento nei prossimi 30 o 50 anni... la ricerca ha già fatto importanti passi avanti. Se, invece, si pensa a una previsione puntuale del dove, quando e con quale magnitudo, allora posso affermare che non è stata ancora identificata una precisa metodologia e che siamo davvero lontani dalla meta (se mai potrà essere raggiunta). Come dimostra anche il caso del Giappone – fino a ieri ritenuto l’esempio massimo di prevenzione a livello mondiale – certi fenomeni estremi colgono inevitabilmente di sorpresa o assumono dimensioni superiori a quelle che si riteneva fossero ragionevolmente prevedibili. Le ricerche continuano, però manca una strada sicura che – ad oggi – possa essere identificata come la via maestra.

Questo vale anche al di fuori dell’Italia...

Certamente. Come ho detto il nostro settore vive della continua collaborazione internazionale e chiunque avesse oggi ottenuto dei risultati li avrebbe già condivisi. Negli Anni Settanta si pensava di essere ormai vicini alla soluzione e si auspicava, nel giro di pochi anni, di poter approntare una metodologia predittiva sufficientemente attendibile. Poi, alcuni eventi accaduti in Cina, Stati Uniti e Giappone (le nazioni che più stavano investendo in questo campo e dove c’erano i più ambiziosi programmi di ricerca in area sismica) hanno dimostrato che i modelli predittivi non potevano funzionare. A posteriori è facile rilevare dei fenomeni “che potevano essere osservati”; ben altra cosa è identificarli come precursori certi di un evento prima che questo accada. Ricordiamoci che la stessa conoscenza fisica di come si avvia un terremoto è oggi uno dei campi più aperti e inesplorati.

Il problema della diffusione e divulgazione dei risultati è uno dei più sentiti nell’ambito della R&S. Riguarda anche il vostro specifico settore di pertinenza?

È un problema di grande rilevanza, ma nel nostro specifico caso la vera criticità non riguarda la diffusione (che facciamo anche in modo capillare) quanto i ritardi. Ovvero, il tempo che intercorre tra la disponibilità teorica di una conoscenza, di un risultato, di una nuova conquista scientifica o di una nuova tecnologia, e la sua reale applicazione. Un esempio su tutti: per approvare i codici europei di costruzione sono serviti decenni!

E in quel lunghissimo arco di tempo i risultati della ricerca sono rimasti per così dire congelati. Un controsenso solo europeo?

No, il problema investe il nostro settore un po’ dovunque. Cito ancora il Giappone. La barriera costruita a protezione della centrale di Fukushima e poi investita dallo tsunami risaliva a 30 anni or sono, e quindi alle conoscenze di settore di almeno 35-40 anni or sono. Oggi, in base allo state of the art più attuale, quello stesso muro sarebbe stato realizzato con caratteristiche ben diverse.

Tutto vero, ma è ben difficile agire sull’esistente e pensare di ricostruire tutto ogni volta che le conoscenze progrediscono. Servirebbero risorse che proprio non esistono...

Però i tempi andrebbero ugualmente abbreviati. In un mondo dove l’informazione gira da un capo all’altro del Pianeta in frazioni di secondo non si può pensare che i tempi di trasferimento nel nostro settore siano ancora quelli di parecchi decenni or sono. E non si può attendere un disastro per rendersi conto che le soluzioni tecnologiche già erano disponibili - magari da alcuni anni - ma non sono state adottate.

Altro elemento, quello della credibilità delle istituzioni e dei centri di ricerca che risulta assai ridotta su scala europea (come ha confermato una recente inchiesta di Eurobarometro). Anche questo sembra essere un problema di non facile soluzione...

La scienza è diventata sempre più complessa, e quindi difficile da spiegare. È dietro ad ogni prodotto che usiamo quotidianamente, ma non riusciamo a percepirla e, quindi, a intuire quanto sia preziosa. Inoltre, spesso, viene presentata dai mass media in termini di contrapposizione, litigi, dialettica tra parti contrapposte (si pensi, ad esempio, al caso degli OGM). E questo sicuramente allontana dal cittadino.

Nello specifico del vostro ambito di attività?

Il nostro è un settore ancora meno facile. Nel campo del rischio, in generale, c’è una sempre maggiore sensibilità da parte dei cittadini, ma nel contempo una sempre più ridotta accettazione del rischio stesso. Non solo, si cerca di trasferire il problema della mitigazione del rischio dalla sfera personale (là dove entrano in gioco i comportamenti e le scelte del singolo) all’ambito della collettività (in primo luogo l’ente di ricerca o la Protezione Civile). E a quel punto si cerca qualcuno a cui dare la colpa di un evento o si tende ad evidenziare con maggiore enfasi ciò che eventualmente è andato storto, passando sotto silenzio tutto ciò che ha funzionato.

Vale anche per il caso Aquila?

Si è trattato di una catastrofe gravissima, che ha causato un gran numero di morti. Voglio però sottolineare come molto era stato concretamente fatto per ridurre i rischi o la portata di un evento di tali dimensioni. Senza quegli interventi, forse, i morti sarebbero stati migliaia e non centinaia. Un terremoto di elevata magnitudo senza vittime rappresenta per tutti noi il traguardo. Ma, francamente, questo è uno scenario ancora difficile da immaginare.

 

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