23/24-2011 | Attualità Mondo
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E se la crisi in corso fosse un blessing in disguise (benedizione mascherata)?

Energia, clima, geopolitica e alcuni tabù: dobbiamo andare oltre i web-illusionismi

prof. ing. Angelo Spena

A poche settimane dalla ennesima Conferenza mondiale - a Rio de Janeiro - sul clima, il 20 settembre scorso la Commissione Europea ha pubblicato una Roadmap (1) per una crescita improntata ad un uso avveduto delle risorse. “Tutti noi, in quanto consumatori, possiamo svolgere un ruolo importantissimo per far virare di rotta le nostre economie: facendo scelte consapevoli” ha commentato il Commissario europeo per l’Ambiente Janez Potocnik (2). E già nel gennaio scorso il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon aveva ricordato al 4th World Future Energy Summit che il 2012 è l’anno internazionale della energia sostenibile: “Una energia pulita e una economia a bassa produzione di gas-serra sono le chiavi principali per aprire le porte a un mondo pacifico e prospero per tutti; contiamo su di voi, leader di governi, della società civile, del settore privato per trasformare questa visione in realtà: insieme possiamo cambiare la vita di miliardi di persone”.

Ma è davvero tutto così lineare, esplicito e trasparente nello scenario di una globalizzazione che tende a produrre e accentuare sempre meno accettabili (e accettate, vedi primavera araba, indignatos europei o movimenti oltreoceanici tipo Occupy Wall Street) ineguaglianze economiche e sociali? Oppure il peso del non detto sta diventando insostenibile? Se fossi economista o sociologo sarei soggetto a condizionamenti e protocolli politically correct. E invece da non addetto ai lavori vorrei consentirmi l’arbitrio di un excursus (fantasioso) nella geopolitica, quanto basta per mettere a nudo il problema (vero) dei tabù. Un primo tabù è la guerra. L’ha coraggiosamente evocato Ernesto Galli della Loggia (3) sul Corriere della Sera, trattando del severo compito degli statisti allorché costretti a grandi e onerose decisioni.

Dalla lettura dei quotidiani mi risulta che i maggiori maitre à penser - politicamente correttissimi - non abbiano (ovviamente?) raccolto. Proviamo noi piccoli a parlarne senza falsi pudori? Una guerra ben condotta può comportare un ritorno eccezionale all’economia sia dei vincitori che dei vinti. Un missile da un milione di euro lanciato sul bersaglio giusto assicura dieci milioni di euro di costi di ricostruzione. Un investimento ghiotto. (Oltretutto, per garantire l’occupazione al fabbricante del medesimo, bisogna spararlo comunque entro un certo tempo – best before … - per far posto a quelli nuovi). E i mercati possono tornare ad espandersi, passato l’interludio. Certo, occorre coordinamento e simmetria nelle coalizioni in cerca di Paesi in cui rovesciare un tiranno, così che con una mano possano abbattere il nemico e con l’altra soccorrere la popolazione liberata. (L’importante è estromettere possibili competitori che possano carpire i frutti del lavoro svolto). “You killed my son and now you are giving me a tree?” si è sentito apostrofare in Iraq il diplomatico statunitense Peter Van Buren (4) da un colono a cui venivano ripiantumati i frutteti distrutti dalla guerra.

C’è in questo senso una sostanziale sistematica continuità con i secoli passati. Periodiche distruzioni belliche hanno ampliato mercati con domanda di infrastrutture e di lavoro ai vinti, e offerta di investimenti e di capitale dai vincitori (sospetto che di piani Marshall siano ormai pieni tutti i dossier preparatori di guerre). Il tutto corroborato da cospicui balzi in avanti della ricerca tecnologica e degli scenari delle risorse energetiche. Basti pensare alla energia atomica o anche solo alla definitiva prevalenza del petrolio dopo la seconda guerra mondiale, allorché si prese atto che per guerre (e paci) di movimento, come carburanti e propellenti gli idrocarburi erano divenuti insostituibili. Dal 1945 – e sono quasi settant’anni, una eternità al tempo d’oggi – tutto si è bloccato. Una impasse planetaria gravida di imprevedibili conseguenze, soprattutto perché mai prima sperimentata. Ora non si può più guerreggiare, almeno in Occidente. E infatti già si parla di un surrogato dei suoi effetti, quel demenziale demolire per ricostruire invocato dalle industrie delle costruzioni per assicurarsi una sopravvivenza altrimenti in buona parte immotivata. Un altro tabù – sembra inverosimile dopo il fallimento novecentesco delle ideologie - è Marx. Non la teoria, il metodo.

La sua analisi 150 anni fa spiegò, in modo tutto sommato realistico, perchè il capitale materiale, quello visibile dei latifondisti, degli armatori, degli industriali, opprimeva il proletario. Oggi, benchè “La situazione sia completamente cambiata, tant’è che il divario si ripropone addirittura all’interno della classe lavoratrice, tra l’operaio specializzato e istruito e quello non preparato … questa è altresì la spiegazione dei flussi migratori dai Paesi più poveri di cui l’Italia è testimone” - scrive Guido Rossi (5), ci vorrebbe un Marx del terzo millennio (dell’allora irrinunciabile sodale Engels oggi il web consentirebbe di fare a meno) che ci spiegasse con parole semplici come un capitale di carta, invisibile e spesso truffaldino, inganna indifferentemente proletari e borghesi (insomma tutti quelli che capitalisti non sono - ammesso che queste classi abbiano ancora un senso) offrendo loro derivati finanziari a surroga di salari veri. Anche qui, ciò accade perché il mercato possa espandersi, anche in forza di connivenze politiche globali decennali che hanno consentito selvagge e pervicaci deregolamentazioni. Il punto è che almeno, allora, il proletario sfruttato un posto di lavoro ce l’aveva. E con la guerra perdeva magari la vita, ma non il lavoro. Oggi il borghese turlupinato campa, ma perde il lavoro. La storia si ripete, ma in farsa tragica (direbbe ancora Marx).

Noi aspettiamo che siano i Cinesi a ribellarsi contro salari infimi, ma forse prima saremo noi a perdere molta nostra occupazione. “Fra una trentina d’anni – scrive Giuliano Amato (6) – i tassi di sviluppo di inizio secolo sull’orlo delle due cifre si saranno ridimensionati. Ma con l’Occidente attestato nel migliore dei casi a un tasso fra l’1 e il 2% medio, il resto del Mondo viaggerà mediamente intorno al doppio”. Tutto questo mi appare pressoché inevitabile finchè i nostri liberi economisti avranno in mente uno sviluppo senza limiti. Come si fa a vendere di più? A espandere i mercati? In fondo l’algoritmo è semplice: numero di pezzi pro-capite moltiplicato per numero di potenziali consumatori moltiplicato per vita media dei medesimi diviso per durata media del prodotto. Oltretutto, in perfetta sintonia con filantropiche e politically correct conquiste sociali: consumatori sempre più numerosi, sempre più longevi, sempre più diversificati. Come fare? Operare anzitutto sul numeratore dell’algoritmo. Innalzamento del tenore di vita, parità di genere, paghette ai giovanissimi, maliziosi pret à porter per infanti, revamping degli anziani, permis de conduire via via da 21 a 18 a 16 anni. Suv giganteschi per tutti e vere automobiline in mano a quasi bambini. Pulizia delle strade e raccolta di foglie con motori a idrocarburi. E quando non basta più, si può manipolare il denominatore, perbacco! Prodotti dalla vita sempre più breve, nessun risparmio, nessun riciclo, un vortice di mode, il trionfo del bisogno prima inutile, poi assurdo. Semplice? Ma fino a quando? A volte occorrono le crisi perché l’umanità diventi più razionale. Non è pensabile che un pil che cresce sotto il 2-3% sia già recessione. Sempre e worldwide. E’ mostruoso.

Qui non si tratta di evocare il club di Roma, che ebbe l’imperdonabile colpa di lasciar diffondere un concetto giusto con toni allarmistici e sbagliando la scala dei tempi, sì che le clamorose smentite (la fine del petrolio!) hanno svilito una intuizione giusta. Si tratta di prendere atto, semplicemente, che il paradigma non è più valido. E di non scambiare la medicina con la malattia. Un terzo tabù è l’arma atomica. L’arma atomica con la sua deterrenza tende nel lungo termine a costituire un freno alla crescita della economia secondo cicli e liturgie del passato, quando le guerre al pari di epidemie e carestie temperavano le crescite locali. Con inevitabile cinismo, ci si potrebbe spingere ad affermare che se si trovasse il modo di usare l’arma atomica in modo chirurgico, limitato, non compromissorio per l’ambiente e la genetica, si potrebbe ricominciare. Guerra e pace, stop and go. Chissà che prima o poi non abbia sinistramente un futuro una industria dell’arma atomica “sostenibile” e della prevenzione e protezione territoriale (rifugi, bunker, antidoti e altro). Pensate a una mano industriale che offre una piccola bomba smart, mentre l’altra porge il kit di sopravvivenza. Da brividi. Cina e India non si amano. Già da tempo. I loro interessi oggettivamente confliggono su vaste porzioni del mondo, dall’Africa all’Himalaya all’Oceano indiano. Però si temono. Purtroppo il loro antagonismo tende ad essere inglobato su scala planetaria. Sarà un bene o un male? Germania e Paesi anglosassoni vanno progressivamente legando le loro economie rispettivamente all’una e all’altra. Lo stesso accade per Pakistan e Vietnam, per opposti motivi geopolitici.

Anche Giappone, Russia, Iran hanno prevedibili interessi contrastanti. E c’è Israele. Se un giorno i conflitti commerciali spinti dalla crescita illimitata non fossero più componibili per via diplomatico-mercantile (WTO), se le dinamiche sociali interne dovessero divenire incontrollabili, saremmo allo show-down tra due blocchi purtroppo strutturati e potenti. E l’Europa – ammesso che ci sarà arrivata ancora intera – si dissolverebbe: tolte Germania e Regno Unito (in quanto verosimilmente su fronti opposti), resta francamente poco. Per non parlare dell’Italia. (Qui potrebbe aprirsi un capitolo sulla visione di sistema della sicurezza nucleare, superando l’approccio riduttivo tutto italiano che restringe il problema, come ho recentemente invitato a osservare (7), al dilemma se acquistare o no qualche reattore dai soliti business player del settore. Ma questa è un’altra storia). Di parallelismi storici è piena la letteratura. Opinabili, per carità. Sta però di fatto che il primo grande conflitto mondiale non fu il ’14-’18. Furono le tre guerre puniche. Speriamo che le due guerre del XX secolo, così contigue e conseguenti, non siano state anch’esse davvero altro che i primi due atti di un secondo conflitto mondiale – irrisolto per colpa della condanna ad una crescita illimitata – di cui manca il terzo atto.

Sarà una coincidenza, ma il terzo atto nel II secolo avanti Cristo avvenne tardi rispetto ai primi due, e a seguito di mutamenti geopolitici ed economici di vasta portata del mondo antico. E portò alla cancellazione di una civiltà (a pensarci bene – ancora brividi - senza un’atomica ma come un’atomica). Insomma, non lasciamoci cloroformizzare dai web-illusionismi del presente. Decontestualizziamo la nostra catalessi mentale indotta. Cerchiamo di tutelare per tempo il nostro futuro remoto. Sostiene Vaclav Smil, futurologo con i piedi per terra, che la crisi in corso potrebbe essere un blessing in disguise, una benedizione mascherata. Diamoci da fare. E perché no, cominciamo risparmiando energia e vivendo in modo consapevole e meno irrazionale. Operiamo in favore della qualità della vita, da sempre valore aggiunto del tradizionale vivere italiano, non facilmente replicabile dalla concorrenza globale in quanto radicato nella cultura.

Perché, oltretutto, a rigore il copione storico prevederebbe la definitiva scomparsa di una seconda Cartagine. Quale?

prof. ing. Angelo Spena - Ordinario di Fisica Tecnica e Coordinatore del dottorato in Ingegneria delle Fonti di Energia dell’Università di Roma 2 – Tor Vergata

  • 1 ­­– “­­­On the Progress of the Thematic Strategy on the Sustainable Use of Natural Resource”, EC, SEC(2011) 1068 final.
  • 2 ­­– “Una tabella di marcia per usare bene le risorse”, Il Sole24Ore, 21 Settembre 2011.
  • 3 ­­– “Governanti del nulla: la debolezza delle leadership”, Editoriale, Corriere della Sera, 21 Agosto 2011.
  • 4 ­­– “Abandoning the Iraquis who helped us”, Meanwhile, International Herald Tribune, 1-2 October 2011.
  • 5 ­­– “Le ragioni dei veri indignati”, Il Sole24Ore, 16 Ottobre 2011.
  • 6 ­­– “Specificità italiana, la carta da giocare”, Il Sole24Ore, 16 Ottobre 2011.
  • 7 ­­– “Sicurezza nucleare e energetica”, Conferenza, Senato della Repubblica, 7 Aprile 2011.
 

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