01/02-2011 | Attualità
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In fuga dall’Italia

dott. ing. Franco Ligonzo

Prendendo spunto da una serie di notizie e di considerazioni pubblicate nel recente passato da alcuni organi di informazione nazionali e internazionali, è possibile effettuare alcune valutazioni su un tema, quello della “fuga dei cervelli, ma anche di investitori e di imprese”, che nel nostro Paese continua ad essere di grande attualità. Un argomento complesso e importante, che affrontiamo con spirito propositivo cercando, nel nostro piccolo, di proporre anche qualche soluzione.

Fuga di cervelli

30 Novembre 2009, il prof. Pier Luigi Celli scrive al figlio una lettera aperta che, pubblicata da “la Repubblica”, suscita molto scalpore. Il Professore, infatti, scrive “Questo Paese (l’Italia N.d.R.), il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio ... (omissis) ... Il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati...”. E il professor Celli non è persona qualunque, ma il direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, LUISS Guido Carli (Roma).

18 Ottobre 2010, il settimanale TIME pubblica un articolo che, prendendo le mosse proprio dalla lettera del prof. Celli, racconta le storie e le ragioni di alcuni laureati italiani andati all’estero. Silvia Sartori (31 anni), dopo aver vissuto quattro anni in Cina, è tornata in Italia, dove ha passato un anno a cercare lavoro; poi, è tornata in Cina dove gestisce un progetto di tre milioni di dollari. Luca Vigliero (31 anni) è convinto che in Italia se sei giovane sei un problema, mentre altri paesi ti vedono come una risorsa; oggi lavora a Dubai come capo di un team di pubblicitari. Federico Soldani (37 anni) è andato all’estero perché in Italia lo stipendio è basato sull’età e sull’anzianità e non sulle competenze o sull’esperienza; oggi lavora come epidemiologo alla Food and Drag Administration a Washington D.C. Filippo Scognamiglio (29 anni) ha costatato che un italiano con un M.B.A. che scelga di rimanere in Italia guadagna giusto il 58% di quello che guadagnerebbe all’estero; lui ha scelto di lasciare l’Italia. L’articolo cita anche una recente indagine ISTAT secondo la quale il tasso di disoccupazione fra i giovani laureati di età fra i 25 e i 29 anni è del 14%, più del doppio del tasso nel resto d’Europa. Questo problema ha un nome “gerontocrazia”, ossia governo dei vecchi, e l’autore conclude che l’Italia è caduta in un circolo vizioso in cui l’economia continuerà a deperire finché si continuerà a soffocare l’innovazione, escludendo i giovani. Il titolo di quest’articolo è “Arrivederci, Italia”, come il saluto di un giovane che stia partendo per l’estero; ma è il sottotitolo che pesa come un macigno: “The economy’s stagnant and the job market discriminates against youth. Is it any wonder so many young Italians are building their lives abroad?”

Fuga d’investitori e di imprese

4 Novembre, vari quotidiani italiani pubblicano i risultati (aggiornati al 2009) del rapporto ICE sull’internazionalizzazione; ne cito alcuni:

  • a) gli investimenti diretti esteri in Italia sono il 18,6% del PIL, contro 51,7% nel Regno Unito, il 42,8 in Francia, il 45,9 in Spagna e il 21,0 in Germania,
  • b) gli investimenti diretti italiani all’estero rappresentano il 27,4% del PIL, contro il 76% del Regno Unito, il 64,9 della Francia, il 44,2 della Spagna e il 41,2 della Germania; -ancora 4 Novembre, viene presentata anche la classifica internazionale 2010 della Banca Mondiale sui nodi dello sviluppo:
  • c) l’Italia passa dal 76° all’80° posto sulla facilità di fare business, il Regno Unito rimane al 4°, la Germania arretra leggermente dal 21° al 22°, la Francia avanza dal 28° al 26°, la Spagna arretra dal 48° al 49°.

Ma cosa significano questi risultati?

I risultati sugli investimenti esteri e la classifica sulla facilità di fare business appaiono correlati per la maggior parte dei paesi ed entrambi mostrano l’Italia ultima fra i principali paesi europei. Questo significa perdere ricchezza e posti di lavoro potenziali e, guardando alla somma degli investimenti esteri in Europa, ci accorgiamo che sono perdite non di poco conto. Inoltre, possiamo costatare che la forte regolamentazione CE non è di per sé un ostacolo agli investimenti. Per altro verso, dobbiamo ammettere che gli stessi nodi dello sviluppo penalizzano anche le imprese nazionali in Italia, confermando quanto denunciato, anche recentemente e ripetutamente, da Sergio Marchionne e da Federica Guidi, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria. n i risultati degli investimenti diretti all’estero mostrano ancora l’Italia agli ultimi posti. Questo significa perdere l’occasione di rafforzare le imprese e i prodotti nazionali, traendo profitto dalla crescita delle aree più dinamiche del Mondo (ma anche nella stessa Europa). Anche in questo caso, guardando alla somma degli investimenti all’estero, ci accorgiamo che sono occasioni perdute non di poco conto. Ma in questo caso, trattandosi di investimenti all’estero, dobbiamo ritenere che la cattiva performance Italiana non sia imputabile ai nodi interni dello sviluppo ma al basso potenziale di globalizzazione dei prodotti e delle imprese italiane. Mimando TIME, c’è quindi da chiedersi: Is it any wonder so many Italian Companies are loosing their competitiveness in the global market?”

Che fare?

Ebbene sì: in risposta ad entrambe le domande, io sono preoccupato e, a costo di passare per catastrofista, penso che dovremmo esserlo tutti. Dobbiamo fare tutti di più. Debbono fare di più e più presto le componenti della Pubblica Amministrazione in termini di semplificazione. Debbono fare di più le associazioni di categoria e le rappresentanze dei lavoratori in termini di miglioramento delle relazioni industriali. Debbono fare di più gli imprenditori e i centri di ricerca in termini di collaborazione. Debbono fare di più gli imprenditori in termini di miglioramento della sostenibilità dei propri business, sintonizzandosi anche con i cambiamenti culturali in atto. Anche noi, come persone, potremmo forse fare di più comportandoci in modo che questo Paese sia un posto in cui si dà valore alla lealtà, al rispetto, al merito e ai risultati e in cui si può stare con orgoglio, come ha scritto il prof. Celli. Anche come Giornale potremmo fare di più, dando alla formazione, alla ricerca e al lavoro almeno la stessa attenzione che abbiamo dato finora all’energia e all’ambiente. Infatti, la criticità, è la stessa, ma l’urgenza è anche maggiore.

 

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