01-2010 | Inquinamento
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Inquinamento atmosferico: servono strategie diverse

prof. ing. Giuseppe Fumarola

Inquinamento atmosferico e cambiamento climatico sono fenomeni strettamente interconnessi che non possono essere trattati separatamente come è avvenuto sino ad oggi. Negli ultimi anni diversi convegni e dibattiti, sino al più recente sponsorizzato dall’EFCA [1], hanno ribadito la necessità di affrontare questi temi con un approccio integrato. Nel 2007 l’UNECE ha deciso di costruire il futuro Ambiente per l’Europa, programmando una Conferenza Ministeriale per il 2011 ad Astana nel Kazakistan [2] e invitando la comunità scientifica ad elaborare idee e proposte per quella occasione. Questo lavoro è un contributo che mette in rilievo la mancanza di coerenza e le contraddizioni che si ritrovano in molte direttive e rapporti europei che trattano problemi legati all’ambiente. Qui di seguito sono riportati sommariamente solo pochi esempi.

La Direttiva su Qualità dell’Aria e Aria Pulita per l’Europa [3] é una misura strategica che stabilisce “...obiettivi per la qualità dell’aria ambiente scelti al fine di evitare, prevenire e ridurre effetti dannosi sulla salute umana e sull’ambiente nel suo insieme”. Di fatto esso si occupa di inquinanti convenzionali dannosi per la salute, ma non di ambiente. I gas ad effetto serra non sono considerati, come se il cambiamento climatico non fosse un problema di qualità dell’aria, alle Autorità locali si richiede il monitoraggio dell’ozono per “...verificare l’efficacia delle strategie di riduzione delle emissioni”, sapendo che dette strategie non rientrano nelle loro competenze, e si richiede il monitoraggio delle polveri nell’aria, senza fornisce un criterio per discriminare il contributo dovuto a sorgenti naturali, che in alcune aree geografiche è particolarmente rilevante.

La Direttiva IPPC, che in Europa interessa circa 52.000 industrie, è stato il primo passo di un approccio integrato per gli impatti su aria, sistemi idrici, suolo, rifiuti e rumore. Essa stabilisce che gli standard di emissione di inquinanti dalle diverse attività produttive dovranno essere fissati sulla base delle Migliori Tecnologie Disponibili (MTD), descritte nei cosiddetti BREF. In questa Direttiva e nei BREF i gas serra non sono considerati. Le MTD possono essere rispettate con misure a monte o lungo il processo produttivo, ma in larga parte si affidano a tecnologie end-of-pipe di depurazione degli effluenti prima del loro rilascio nell’ambiente. Queste tecnologie richiedono consumi di energia aggiuntivi e a volte additivi vari che, a loro volta, necessitano trattamenti depurativi e/o smaltimento con ulteriore consumo di energia, con conseguente aumento di emissioni di CO2.

La mancanza di riferimenti a questo problema nell’IPPC autorizza le Autorità nazionali o locali ad ignorarlo nella fase di autorizzazione e a richiedere limiti indiscriminatamente sempre più restrittivi. Da parte industriale non vi sono difficoltà tecnologiche ad adeguarsi salvo i maggiori costi che però vanno a gravare sul prodotto finale. Le decisioni che verranno assunte per alcuni Stati si preannunciano pesanti sul piano economico. L’obiettivo sarebbe di mantenere l’aumento della temperatura media superficiale terrestre al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Il traguardo è stato suggerito del 4° Rapporto dell’IPCC [4] il quale però non considera assolutamente le eventuali conseguenze per gli inquinanti non ad effetto serra. Qualunque decisione venga assunta, in linea con il programma dell’Unione Europea di riduzione delle emissioni di gas serra per il 2020, sarà basata su aspetti economici, ma non ambientali, poiché manca un adeguato approccio integrato al problema. A titolo di esempio si pensi alle biomasse tanto invocate come fonte energetica alternativa e rinnovabile. Nel target Europeo del 20% di energie rinnovabili [5] il 10% dovrebbe derivare dai biofuels in sostituzione di combustibili convenzionali nel settore trasporti. La scelta è legata a ragioni di costi, mercato e competizione, ma non ambientali.

La Valutazione di Impatto che accompagna il documento “Renewable Energy Road Map” [6], riconosce che “la sostituzione delle fonti convenzionali di calore con le biomasse può generare un effetto negativo sulla qualità dell’aria se non si adottano impianti di qualità”. Pure il Consiglio Europeo riconosce [7] che “...il rischio che la diffusione di colture destinate alla produzione di biomasse e biofuels, …… in assenza di una idonea valutazione e adeguata salvaguardia ambientale, avrà un impatto negativo sulla biodiversità e sulla sicurezza degli approvvigionamenti alimentari ed eventualmente anche un maggiore impatto sul clima”. Nella valutazione dell’impatto ambientale da massiccio uso di biomasse vi sarebbero poi altri aspetti da considerare legati al consumo specifico di acqua, diverso per ciascun tipo di coltura [8], all’invasività di tali colture maggiore di altri vegetali [9], all’indisponibilità di terreni arabili che favorirebbe la deforestazione. Si potrebbero analizzare le direttive e i documenti relativi a molte altre questioni rilevanti come uso del territorio, gestione dei rifiuti, desertificazione, agricoltura, ecc. per rendersi conto che le soluzioni adottate non sono mai il risultato di un approccio integrato completo dell’impatto sull’ambiente. La politica europea é basata sui principi di sussidiarietà, proporzionalità e precauzione. In campo ambientale vige pure il principio chi inquina paga che dovrebbe avere priorità o maggior peso rispetto agli altri principi ed invece è il meno adottato e mai nel suo pieno significato.

Negli ultimi decenni si è registrata una proliferazione di leggi e regolamenti in campo ambientale che ha causato una frammentazione di obiettivi, competenze, formazione, cultura, e ha portato alla formazione di gruppi di interessi in contrasto tra loro e difficili da riconciliare in approccio integrato. Per questo viene spesso posto l’accento sul fatto che il cambiamento climatico starebbe già condizionando settori come risorse idriche, agricoltura, produzioni alimentari, foreste, pesca, energia, infrastrutture e pianificazione urbana, turismo, salute, biodiversità, ecosistemi, ma non si dice il contrario: che lo sviluppo incontrollato e disgiunto dei predetti settori è stata la causa che sta portando al temuto cambiamento climatico. Desertificazione, abbandono delle campagne, incendi di foreste, aree degradate, ridotta biodiversità, ecc. sono fenomeni registrati sin dal secolo scorso, ancor prima che si parlasse di cambiamento climatico, dovuti ad una politica che favoriva lo sviluppo industriale incoraggiando la migrazione verso le grandi città, fenomeno analogo a quello che oggi avviene in tanti Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati. All’inizio del secolo scorso la popolazione rurale nel mondo era quasi il 97%, mentre oggi si è ridotta al 50% [10].

Questa migrazione trasferisce la povertà dalle aree rurali alle periferie delle grandi città con gravi conseguenze sull’ambiente in ambedue le aree: nelle prime genera desertificazione e perdita di biodiversità, nelle seconde genera aumento di domanda di acqua potabile, energia, prodotti chimici, suoli da urbanizzare, strade, mobilità e conseguentemente, aumento di rifiuti solidi, acque reflue, inquinamento atmosferico, impatto sull’ambiente e sul cambiamento climatico. Di povertà si parla tanto, su basi ideologiche, religiose, sociali o economiche, ma non se ne analizzano i risvolti sul piano ambientale. Questi forse potrebbero meglio sostenere le ragioni della necessità di un eradicamento della povertà. Serve dunque ripensare la politica per l’ambiente e per l’inquinamento atmosferico in particolare, da fondare su una visione integrata dei problemi e sul coinvolgimento consapevole e informato dei cittadini.

prof. ing. Giuseppe Fumarola - Università dell’Aquila Past-President EFCA (European Federation of Clean Air and Environmental Protection Associations), Vice-Presidente CSIA/ATI

 

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