03-2010 | Energia
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Un dato su tutti: solo il 26% della popolazione africana è collegato a reti elettriche

Povertà energetica, un grave fenomeno globale. Coinvolte anche le economie occidentali

Davide Canevari

A livello mondiale la cosiddetta povertà energetica rappresenta ancora oggi un fenomeno a nove cifre che, a seconda degli indicatori utilizzati, interessa da due a tre miliardi di persone. Il concetto di energy poverty investe vari aspetti quali l’assenza di accesso all’elettricità, l’utilizzo di modelli energetici tradizionali insostenibili (che prevedono, ad esempio, la sola combustione di legno, scarti agricoli, biomasse tradizionali, in ambito domestico), l’impossibilità di garantire all’interno di un’abitazione un adeguato comfort termico durante i periodi più rigidi dell’anno. Nobuo Tanaka, direttore esecutivo dell’International Energy Agency, ha così sintetizzato la situazione attuale sulle colonne del periodico Nuova Energia: “Secondo stime del World Energy Outlook 2006, un miliardo e seicento mila persone vivono nel mondo senza elettricità, molte delle quali nell’area sub sahariana e dell’Asia del Sud.

È una situazione inaccettabile da un punto di vista economico, sociale e anche morale. Eppure, guardando al 2030, lo IEA 2008 WEO stima che ancora 1,4 miliardi di abitanti non avranno alcuna forma di accesso all’energia elettrica. Due terzi di questi vivranno nell’Africa sub sahariana”. “Secondo le nostre stime, inoltre – prosegue Tanaka - ad oggi 2,5 miliardi di persone usano forme tradizionali e non sostenibili di energia quali il solo legno, il carbone da legna, i rifiuti agricoli. Certamente in Africa, ma anche in Asia e nell’America Latina. Queste fonti hanno anche un pesante impatto sociale su donne e bambini. Uno studio congiunto IEA - World Health Organization ha calcolato che ogni anno un milione e mezzo tra donne e bambini muoiono prematuramente per problemi respiratori causati dalla scorretta combustione in ambito domestico”.

Il tema è stato affrontato anche durante l’ultima Conferenza Europea dell’IAEE - l’Associazione Internazionale Economisti dell’Energia - che si è svolta lo scorso anno a Vienna. È stato un primo timido accenno. Con la promessa, però, di trasformare questo spunto in uno dei temi centrali dei prossimi appuntamenti dell’IAEE. Così ha scritto il professor Ugo Farinelli commentando l’evento. “Sull’intera impostazione della conferenza svoltasi nel 2009, una gentile e costruttiva critica è giunta dall’OPEC, o meglio dall’OFID (Opec Fund for International Development). Il direttore generale dell’OFID, Suleiman J. Al Herbish, ha detto che in sostanza ci sono tre motivazioni di fondo per cambiare i sistemi energetici: la sicurezza degli approvvigionamenti; gli effetti climatici; e la lotta alla povertà (di cui la povertà energetica è un elemento importante).

Se si pensa che un miliardo e mezzo di persone non hanno accesso a forme moderne di energia, che solo il 26 per cento della popolazione dell’Africa e il 50 per cento di quella indiana sono collegati a reti elettriche, gli altri problemi sembrano modesti al confronto. Nel rispondere a questa non del tutto ingiustificata critica, va ricordato che la prossima conferenza mondiale dell’IAEE si terrà nel giugno prossimo a Rio de Janeiro, in un Paese che si può ancora considerare in via di sviluppo, nonostante i suoi enormi progressi e la ricerca di strade nuove. In quella occasione la lotta alla povertà avrà un posto centrale. Non per nulla chi ha introdotto per primo il concetto di povertà energetica è stato José Goldemberg, già ministro dell’Ambiente brasiliano”. Se da una parte conforta rilevare come il tema della energy poverty stia finalmente guadagnando spazio nell’agenda degli esperti internazionali di settore, dall’altra sconcerta rilevare come la portata della sfida sia (in teoria) modesta. La lotta alla povertà energetica potrebbe infatti essere condotta con risorse marginali in confronto alle cifre che girano nel mondo dell’energia. È stato lo stesso Tanaka ad affermarlo chiaramente.

“Lo studio 2008 WEO includeva anche un’analisi specificamente dedicata a 10 Paesi dell’Africa sub sahariana esportatori di petrolio e gas naturale. Nonostante l’abbondanza di risorse interne, proprio in questi Paesi si rilevavano grossi problemi di povertà energetica: il 65 per cento della popolazione residente in quei Paesi non aveva accesso all’elettricità, e il 75 per cento era costretto ad affidarsi alla sola combustione del legno per cucinare, con le implicazioni già menzionate. Le nostre analisi dimostrano che la povertà energetica sarebbe facilmente superabile con le risorse già oggi a disposizione di quei Paesi. Basterebbe lo 0,4 per cento delle revenue riconosciute a queste dieci nazioni per le esportazioni di oil&gas per superare le attuali condizioni di energy poverty”. Un dato a suo modo sconcertante. Così come lo è spostare la questione dal Continente Nero all’Europa.

Già, proprio quell’Europa, che pure mostra il petto con orgoglio per gli ambiziosi target del 20-20-20 che si è imposta, soffre degli effetti della povertà energetica in maniera molto più penetrante di quanto potrebbe sembrare a un primo esame poco attento. In alcuni Stati la mortalità indotta dalla energy poverty sarebbe addirittura superiore a quella imputabile all’incidentalità stradale! Una premessa: in estrema sintesi può essere identificata come povertà energetica - secondo i canoni occidentali - l’impossibilità di mantenere all’interno di un’abitazione condizioni climatiche adeguate a garantire uno standard minimo di comfort e di salute. Oggi, soprattutto nei Paesi del Centro e dell’Est Europa, un tempo gravitanti nell’orbita dell’Unione Sovietica, sarebbero milioni le unità abitative che rientrano in questa casistica.

La necessità di superare la vecchia struttura delle tariffe sociali - spesso nettamente inferiori ai costi reali di generazione e mantenute a livelli così bassi per ragioni di controllo dell’ordine pubblico - si è tradotta in un repentino aumento dei costi di acquisto dell’energia a carico del consumatore finale. In assenza di interventi sociali in grado di ammortizzare questa fase di transizione, per molti utenti l’unica strada percorribile è stata quella di tagliare i consumi. Per altro, anche la povertà energetica come altre forme di povertà, genera un circolo vizioso. Difficilmente le fasce più disagiate della popolazione hanno le risorse necessarie per effettuare interventi periodici di manutenzione o per adottare soluzioni di risparmio energetico. Quindi il fabbisogno energetico delle loro abitazioni, necessario a raggiungere un determinato livello di comfort, sarà comunque superiore rispetto a quello teorico.

Il fabbisogno energetico, in altre parole, tende ad essere inversamente proporzionale al reddito (a parità di volumetria abitativa). Gli studi sul tema sono ancora limitati. Ma alcune delle cifre che circolano colgono davvero di sorpresa. Un gruppo di ricercatori della Charles University (Repubblica Ceca), dell’Università di Birmingham, della Gdansk University (Polonia) hanno recentemente pubblicato uno studio che ha evidenziato l’ampiezza del problema. Uno dei dati più impressionanti evidenziati riguarda la stima delle morti per carenza di riscaldamento (dunque direttamente collegate a problemi di energy povertà) in numerose regioni dell’Europa. Durante la stagione fredda in Romania si registrano 17.600 decessi in più rispetto alla media rilevata nel resto dell’anno. Di questi, ben 4.400 sarebbero direttamente conducibili a problemi di povertà energetica (a fronte di 3.270 morti/anno in incidenti stradali).

Nella locomotiva d’Europa, la Germania, le morti legate alla povertà energetica sarebbero pari a 8.000 ogni anno. E anche in questo caso, il valore è superiore rispetto a quello - 6.087 - dei morti sulle strade. La Polonia è accreditata di quasi 3.700 morti/anno per l’insufficiente riscaldamento delle abitazioni; e nello stesso Portogallo, nonostante la latitudine, l’inadeguato accesso alla commodity energia sarebbe responsabile di 2.250 morti l’anno (rispetto ai 1.760 delle strade).

 

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