05-2010 | Europa/Africa 2
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Progetto sanitario in Burundi: la formazione dei tecnici

prof. Filippo Rossi

Il progetto riguarda la collaborazione tra l’Università di Verona e la Fondazione pro-Africa da una parte, e l’Università di Ngozi in Burundi dall’altra, finalizzata alla formazione in loco di medici, paramedici e tecnici sanitari di vari settori. L’idea ispiratrice del progetto è quella di dare all’Africa l’opportunità di essere artefice della propria crescita sviluppando sul posto iniziative formative di livello universitario in campo scientifico e tecnologico per formare professionalità in grado di migliorare le attuali condizioni disastrate della sanità africana”. La realizzazione dell’iniziativa, pur limitata, sta dimostrando come, sulle disastrate condizioni igienico-sanitarie in cui vive gran parte della popolazione africana, siano possibili interventi in loco che, per il realismo degli obiettivi, per le modalità di attuazione e per un rapporto costi-benefici assai favorevole, possono rappresentare un modello estendibile ad altri Paesi africani da parte di università del mondo sviluppato, non solo in campo sanitario ma anche in altri settori disciplinari tecnico-scientifici.

Condizioni della sanità della maggior parte dei Paesi Africani

Tra le situazioni di grave depressione che colpisce i Paesi dell’Africa sub-sahariana, quella che riguarda la sanità è tra le più drammatiche. Il volontariato occidentale nelle sue espressioni pubbliche e private, laiche e religiose, è in gran parte impegnato in questo settore attraverso iniziative di vario tipo, come la gestione di ospedali, di ambulatori, di dispensari, opere di bonifica e di prevenzione, che nel loro insieme riescono a vicariare la assai debole presenza dei governi locali, ma non a creare condizioni strutturali in grado di realizzare un progressivo miglioramento delle condizioni sanitarie delle popolazioni. A nostro avviso una dei punti deboli più significativi della sanità africana è la grave carenza di iniziative formative razionalmente impostate e di un livello culturale tale da incidere sui tempi lunghi, per cui il gap di conoscenze e di qualità assistenziale tra le popolazioni dei Paesi sviluppati e quelle dei Paesi in via di sviluppo continua a crescere. In questa problematica si pone l’iniziativa che qui viene presentata. Si tratta di un progetto per la formazione di tecnici sanitari nel quale la Facoltà di Medicina dell’Università di Verona è da qualche anno impegnata in Burundi. Il progetto è nato nel 2000 in seguito ad una richiesta di collaborazione e di aiuto a sostenere gli studi medici pervenuta da una neonata università africana situata nella piccola città di Ngozi, nel nord del Burundi, con un bacino di utenza di qualche milione di abitanti, inclusi quelli dei confinanti Ruanda, Tanzania e Congo. Una attenta analisi condotta sul posto per verificare la validità della richiesta ha evidenziato situazioni meritevoli di una risposta positiva.

  • Le pessime condizioni sanitarie del Burundi rispecchiano esattamente quelle di tutta l’Africa sub-sahariana.
  • Gravissima carenza di tecnici sanitari sopratutto nelle zone rurali dove vive il 90 per cento della popolazione, con un medico ogni 50-100mila persone e 1 infermiere ogni 10-15 mila.
  • Ospedali fatiscenti, spesso privi di personale sanitario.
  • Fallimento delle iniziative di inviare i giovani nella nostre scuole e università europee, perché una volta laureati o diplomati non tornano nei Paesi di origine o, se tornano, portano una mentalità che non può esprimersi in Africa.
  • Scuole per infermieri e università locali nella maggior parte dei casi inconsistenti per mancanza di finanziamenti, di strutture e di docenti.
  • Interventi finanziari e iniziative di enti internazionali molto spesso vanificati dalla mancanza di strutture e tecnici locali da impiegare nelle esecuzione dei progetti.
  • Mancanza di cultura tecnologica e gestionale, di industria , di artigianato e di professionisti esperti dei vari settori tecnici, che sono il supporto necessario per iniziare, gestire, mantenere efficienti e sviluppare attività sanitarie a livello ospedaliero e sul territorio.

È chiaro che in queste condizioni la speranza che le strutture formative locali, compresa quella dell’università di Ngozi prima citata, siano in grado di migliorare la situazione culturale, anche nel solo campo della preparazione professionale, non può tradursi in realtà. Allo stato attuale quindi solo l’intervento e la collaborazione del mondo sviluppato, attraverso iniziative di tipo formativo che preparino professionisti e tecnici, possono innescare quel processo di sviluppo che successivamente sarà in grado di procedere autonomamente e cambiare strutturalmente la sanità dell’Africa sul piano assistenziale, preventivo e, col tempo, anche scientifico.

Il progetto e le sue articolazioni

La Facoltà di Medicina dell’Università di Verona si è posta in prima linea in questo tipo di intervento. Alla richiesta dell’Università di Ngozi la risposta è stata: di iniziare una collaborazione in un corso universitario per paramedici (laurea breve); di non impegnarsi per ora direttamente in un corso di laurea in medicina per la mancanza di un ospedale e di un indotto tecnologico adeguato a sostenerne l’attività; di operare per realizzare una struttura ospedaliera di livello universitario idonea alla formazione degli studenti, dei medici, dei tecnici sanitari. Si tratta di una iniziativa che appare modesta a confronto delle necessità della popolazione ma può essere un modello per lo sviluppo di una grande idea di fondo: creare sul posto, e a costi accettabili, efficienti strutture formative attraverso la collaborazione tra università occidentali e università africane. Una piccola iniziativa umanitaria, che contiene un seme fecondo, una misura realistica e un ideale di solidarietà verso il mondo degli ultimi, alla quale hanno generosamente aderito una trentina di docenti di varie discipline mediche. Il modello qui presentato riguarda la sanità ma può essere applicato ad altri settori dell’insegnamento universitario soprattutto di tipo scientifico-tecnologico quali, per esempio, ingegneria e agraria nelle loro varie articolazioni. La fase della preparazione del nostro progetto è partita nel 2000, quella della realizzazione all’inizio del 2002 e si è espansa progressivamente soprattutto da quando si è associata la Fondazione pro-Africa, istituita appositamente dal Cardinale Ersilio Tonini, avente sede in Milano, Corso di Porta Vittoria 27. Attualmente il progetto ha due articolazioni tra loro strettamente collegate. L’attività didattico-formativa in capo all’Università di Verona e la gestione di un ospedale pubblico di Ngozi, in capo alla Fondazione pro-Africa, funzionale alla attività didattico-formativa e all’allargamento futuro della collaborazione con il corso di laurea in medicina.

La prima articolazione del progetto: l’attività didattico-formativa.

È basata su una Convenzione stipulata nel 2001 tra le Università di Verona e di Ngozi con la partecipazione dell’Ospedale don Calabria di Negrar. Successivamente è stato sottoscritto un accordo tra l’Università di Verona e l’Azienda Ospedaliera di Verona per la messa a disposizione di personale medico e tecnico dipendente dall’Azienda.

L’attività didattica è così organizzata:

  • presa in carico di quasi tutti gli insegnamenti del corso di diploma universitario per paramedici (una laurea breve) con l’erogazione di più di un migliaio di ore di lezione l’anno. Le lezioni sono tenute da una trentina di docenti volontari appartenenti all’Università di Verona, all’Azienda Ospedaliera di Verona, all’Ospedale don Calabria , e in qualche caso, ad altre Università. I corsi sono tenui in quattro periodi dell’anno e ogni docente svolge il proprio corso in circa tre settimane. A questi docenti, che sono considerati in servizio dalla propria Amministrazione, non viene data alcuna indennità di missione ma vengono solo pagate le spese di viaggio, soggiorno e assicurazione;
  • messa a disposizione di libri e dispense e materiale didattico (microscopi, proiettori, manichini, tavole anatomiche, reagenti);
  • il corso ha la durata 4 anni, gli studenti iscritti provenienti anche dai Paesi vicini erano inizialmente circa 300 ma, su nostra richiesta, sono stati ridotti a 200 per ragioni logistiche e di efficiente rapporto con le strutture. Annualmente riescono ad arrivare al diploma una trentina di unità che finora hanno trovato facilmente un impiego;
  • costruzione, con un finanziamento della Fondazione Cariverona, di una struttura didattica, denominata Centro Didattico per gli Studi Medici, dotata di aule, laboratori, biblioteca , sale di studio, sala informatica con un collegamento satellitare e possibilità di teledidattica e di telemedicina. Il Centro ha iniziato a funzionare dal settembre 2008 e rappresenta il punto di riferimento di tutta l’attività formativa, anche extra-scolastica attraverso convegni, seminari , corsi professionali;
  • da quest’anno è partito un tele-insegnamento sperimentale, quello di Biochimica, per verificare la fattibilità, la risposta degli studenti e l’efficacia di questo nuovo tipo di didattica che consente un contatto continuo tra il docente e gli studenti nonostante le migliaia di chilometri di distanza;
  • nel quadro di una progressiva formazione di personale docente locale è stato deciso di includere tra gli insegnanti alcuni docenti indigeni scelti accuratamente sul piano del possesso dei titoli.

I costi dell’attività didattica

Per il finanziamento e la gestione amministrativa della parte didattico-formativa del progetto l’università di Verona è stata affiancata, tramite convenzione, da un ente privato veronese, la Fondazione Giorgio Zanotto, come soggetto aggregatore di alcuni Enti pubblici e privati, che hanno aderito costituendo un gruppo di sostegno e assicurando la continuità del finanziamento. Il finanziamento e la gestione del Centro Didattico sono stati presi in carico da una Associazione privata, la Amahoro Onlus, costituita e alimentata con contributi mensili medi di 100 euro da docenti dell’università di Verona e da privati, con lo scopo di aiutare il progetto e di curare altre iniziative umanitarie. I costi, a regime, della collaborazione didattica nel corso universitario per paramedici e per la gestione del Centro Didattico ammontano a circa 150 mila euro l’anno, che arriveranno a circa 250 mila quando si potrà realizzare la partecipazione alla didattica nel corso di laurea in medicina con circa 300 iscritti. Seconda articolazione del progetto: la preparazione e la gestione dell’ospedale di Ngozi funzionale alla attività didattica Questa parte è finanziariamente a carico della Fondazione pro-Africa, istituita dal cardinale Ersilio Tonini, col supporto del gruppo delle Banche di Credito Cooperativo e procede in perfetta sinergia e collaborazione col progetto didattico gestito dall’Università di Verona. Nei fatti la collaborazione è stata impostata come cogestione e presa in carico dei settori chiave dell’ospedale con finanziamento diretto, cioè senza passaggi di fondi all’amministrazione dell’ospedale, con lo scopo di evitare dispersioni e contenziosi.

Già dopo un paio di anni di cogestione l’ospedale è notevolmente migliorato in seguito a una serie di interventi così articolata:

  • acquisizione di un organico di medici e tecnici, qualitativamente e quantitativamente adeguato, scelto preferibilmente tra personale indigeno;
  • riorganizzazione funzionale dell’ospedale con suddivisione in reparti e servizi con autonoma responsabilità, proprio organico e dotazione di nuove attrezzature;
  • ristrutturazione di alcuni reparti particolarmente inadeguati come quello del gruppo tecnico della maternità;
  • ammodernamento del laboratorio e dei servizi diagnostici per immagini ed endoscopia;
  • istituzione di un servizio di odontoiatria;
  • organizzazione di un reparto di rianimazione con 4 posti letto;
  • organizzazione di missioni assistenziali specialistiche di elevata qualificazione;
  • costruzione della mensa e della cucina e istituzione di un servizio gratuito di distribuzione del cibo ai pazienti e accompagnatori;
  • riorganizzazione alberghiera con distribuzione della biancheria, acquisto e funzionamento di una lavanderia;
  • miglioramento delle condizioni igieniche attraverso l’istruzione del personale, la ristrutturazione e rifacimento delle fognature, l’imposizione di un regolamento igienico per le zone più a rischio come il gruppo chirurgico;
  • motivazione del personale attraverso una integrazione salariale e corsi di qualificazione professionale, da quello di igiene ospedaliera, a quello di rianimazione neonatale, di anestesia-rianimazione e di altri in fase di organizzazione;
  • istituzione di un fondo per i pazienti più poveri che non possono pagare la retta e i medicinali;
  • collaborazione con l’Istituto delle Sorelle della Misericordia di Verona, che ha inviato tre suore in servizio permanente in ospedale.

Con questi provvedimenti, alcuni ancora da perfezionare, l’ospedale è potuto diventare un ospedale di riferimento regionale e dall’anno accademico 2009-2010 è a disposizione per la frequenza degli studenti per l’insegnamento pratico. Alcuni dati. Da un organico nel 2005 composto di 2-3 medici, non sempre presenti, oggi prestano servizio dai 15 ai 18 medici, tra incardinati nell’organico (burundesi e congolesi) e qualche docente dell’Università di Verona, che si trova a Ngozi per compiti organizzativi e assistenziali speciali.

L’assunzione dei medici locali avviene da parte del Ministero della Funzione Pubblica burundese o dell’Amministrazione dell’Ospedale su nostra proposta, dopo concorso o scelta sulla base del curriculum. Lo stipendio è bassissimo (100-150 dollari al mese) e laa Fondazione pro-Africa integra il salario con la assegnazione di un premio di operosità, dell’ordine di poco più di 1.000 euro al mese per i primari e di 400 per i secondari, concordato e sottoscritto dal medico assunto e con alcune clausole vincolanti che prevedono l’accettazione degli obiettivi formativi del progetto, delle regole della gestione e i conseguenti doveri.

Questi premi di operosità sono dati ad personam in un rapporto diretto tra il medico e la Fondazione pro-Africa, senza passaggi attraverso l’Amministrazione ospedaliera. Anche se non ancora in modo del tutto soddisfacente, perché non è facile reperire medici e tecnici qualificati, l’ospedale si sta dando una organizzazione assistenziale razionale per cui i pazienti vengono affidati a medici di competenza, cioè i malati chirurgici al chirurgo, i ginecologici al ginecologo, i cardiologici al cardiologo e così via. Il tasso di occupazione attuale è vicino al 100 per cento. Un ospedale di insegnamento deve essere il più completo possibile in termini si tipologia dei reparti e dei servizi diagnostici.

È perciò in programmazione, e in qualche caso già avviata l’istituzione di:

  • centri e servizi qualificati, come un centro di oncologia pediatrica già partito in fase sperimentale, un centro per la riabilitazione affidato alla Fondazione don Gnocchi, un centro di oculistica con relativa sala operatoria (è stata già acquisita per donazione la strumentazione specifica), un servizio di tele diagnostica;
  • corsi di aggiornamento per medici e tecnici appartenenti anche alle strutture sanitarie del territorio (un corso di anestesia e rianimazione durato 18 mesi si è già concluso);
  • missioni assistenziali periodiche per interventi specialistici programmati soprattutto in campo urologico, ginecologico, cardio-vascolare, oculistico, otorinolaringoiatrico, maxillo-facciale, oncologico.

Di particolare importanza è il problema del grande numero di handicappati, di origine congenita o acquisita a causa delle guerre e di una pessima attività ortopedico-traumatologica presso gli ospedale africani. Questi malati, di tutte le età, sono praticamente abbandonati sul piano sanitario e assistenziale. Una serie di interventi, che superino lo stadio assistenziale per la sopravvivenza minima, è da tempo nei nostri programmi e il compito di una eventuale concretizzazione è stato affidato alla competenza e all’esperienza della Fondazione don Gnocchi, che ha un proprio rappresentante nel Consiglio di Amministrazione della Fondazione pro-Africa. Tra le difficoltà maggiori incontrate nell’opera di riorganizzazione e di ammodernamento dell’ospedale è da segnalare la mancanza di tecnici locali in campo ingegneristico, meccanico, elettrico, elettronico, gestionale, informatico.

I costi dell’Ospedale Per la gestione dell’Ospedale di Ngozi, dotato di 200 posti letto, il costo per una giornata di presenza si aggira attualmente sui 10-12 euro per cui , sulla base di una stima a regime di 50 mila giornate di presenza annue, la previsione di spesa è di circa 500-600 mila euro l’anno, di cui il 70 per cneto circa sono attualmente preventivati a carico della Fondazione pro-Africa con la formula di interventi in singoli settori (premi di operosità al personale, laboratori, cucina, lavanderia, attrezzature, igiene, missioni assistenziali programmate, eccetera). Se si paragonano questi costi con quelli di un ospedale italiano di medie dimensioni – tra 800 e 1.000 euro per giornata di presenza - si trova che i costi del nostro ospedale di Ngozi risultano inferiori di 80-100 volte.

Certamente le prestazioni e i servizi offerti sono diversi ma la diversità non è proporzionale alla differenza di spesa, perché nei nostri ospedali occidentali c’è una esagerazione di prestazioni e di costi, che speriamo anche in futuro non siano imitabili negli ospedali africani. Vantaggi e problemi L’iniziativa di formare sul posto tecnici sanitari di livello universitario ha notevoli vantaggi e prospettive positive.

  • La collaborazione tra una università occidentale e una africana con la presenza di docenti qualificati e l’apporto di attrezzature tecnologiche di base e metodologie moderne favorisce l’accesso agli studi universitari a molti giovani che non possono migrare all’estero. Per frequentare una università europea occorre che un giovane disponga di 20-30 mila euro l’anno mentre la frequenza in una università africana costa allo studente qualche centinaia di euro l’anno. È evidente che le due Scuole, l’europea e l’africana, non saranno dello stesso livello qualitativo ma, se bene organizzato sul piano didattico e ospedaliero, un progetto di collaborazione può notevolmente migliorare le prestazioni didattiche, dare risultati accettabili e formare professionisti competenti. La nostra esperienza lo dimostra.
  • Le due articolazione del nostro progetto, l’attività didattica per i corsi per paramedici e (in futuro) per medici con un totale di circa 500 studenti e la gestione dell’ospedale, hanno, a regime, un costo previsto complessivo di circa 650 mila euro l’anno, che corrisponde a quello di un paio di giornate di un ospedale europeo di medie dimensioni. Il costo annuo per studente a carico dell’Ente benefattore (Università di Verona e Fondazione pro-Africa) è di circa 1.300 euro l’anno (250mila per le spese didattiche +400mila per le spese ospedaliere = 650mila da dividere per 500 studenti). Se si pensa che il costo annuo a carico delle università per studente di materie mediche in Italia, (esclusi i costi degli ospedali policlinici universitari che sono inquadrati nel Servizio Sanitario Pubblico) è dell’ordine di 10-12 mila euro l’anno e che gli obiettivi previsti dal nostro progetto, e già in parte verificati, sono di laureare e diplomare tra i 50 e i 60 studenti per anno (oltre che di curare parecchie migliaia di persone fornendo una assistenza di accettabile livello) il rapporto costi-benefici del progetto risulta estremamente favorevole.
  • Le spese di mantenimento e di gestione del progetto (logistica, personale d’ufficio, mezzi di trasporto, eccetera) sono minime, contrariamente a quello che avviene in moltissimi altri progetti, anche di Ong qualificate, dove le troviamo alquanto sovradimensionate.
  • La presenza di attività didattiche in campo medico, compresi gli ospedali co-gestiti come il nostro, incentiva i diplomati e i laureati in loco a rimanere a lavorare nel proprio Paese e rappresenta un richiamo per il ritorno di laureati e docenti usciti in gran numero dai Paesi africani per ragioni politiche , per le guerre e le note difficoltà di vita, e attualmente residenti e attivi all’estero. Questo si è già verificato.
  • Per l’attività didattico-formativa come quella prevista nel progetto si deve attrezzare e gestire un ospedale di una certa dimensione e di un accettabile livello con grande vantaggio per un miglioramento dell’assistenza per la popolazione di un vasto territorio e, dato importante, con costi molto inferiori rispetto a quelli dei nostri ospedali occidentali.
  • La presenza di una collaborazione con una Facoltà medica e conseguente suo potenziamento ha un effetto trainante per altre Facoltà della stessa università.
  • Le attività di una università e di un ospedale generano un indotto con effetti positivi per tutta la popolazione della zona anche sul piano economico.
  • Una università che funziona può col tempo migliorare i suoi obiettivi e pensare alla ricerca scientifica, attività oggi improponibile per la mancanza di ricercatori e tecnici adeguati . Occorrono anni per questi obiettivi ma il loro raggiungimento risponderebbe pienamente al programma pace e sviluppo nella cultura che è il motto inserito nei documenti programmatici alla base dell’istituzione dell’Università di Ngozi. A fronte di tutti questi vantaggi ci sono alcuni pericoli che devono essere tenuti presenti. Se non si opera con molta accortezza e conoscenza dell’ambiente è facile che si crei, tra i politici e gli intellettuali indigeni, uno stato di sudditanza, e tutto quello che si fa venga percepito come una sorta di paternalismo se non proprio di colonialismo. Abbiamo avuto prove evidenti, anche tra le autorità accademiche delle università africane, che c’è una grande sensibilità verso questo problema. Per ovviare a questo pericolo il progetto opera su tre direttrici.
  • Coinvolgere personale docente e medico indigeno, ovviamente con la garanzia che sia idoneo.
  • Impostare un lavoro a lungo termine per formare docenti africani con l’obiettivo, anche se richiederà molto tempo, di gestire autonomamente i corsi e la ricerca.
  • Tenere sempre presente che un progetto come quello che abbiamo iniziato deve avere come obiettivo quello di impostare in Africa non la medicina occidentale ma una medicina di base, moderna ma non esasperata sul piano tecnologico, adeguata ai mezzi e alla cultura di queste popolazioni.

Considerazioni conclusive.

Sulla base di quanto descritto in questo intervento sembra ragionevole proporre questo progetto come modello per analoghe iniziative tra Università dei Paesi sviluppati e Università dei Paesi in via di sviluppo. Qualche decina di progetti di questo tipo, con contributi finanziari certamente compatibili, anche in questi momenti di non florida congiuntura economica, con i bilanci delle università, ospedali, banche e enti privati europei potrebbe dare inizio ad un cambiamento radicale della sanità africana. Molto efficace sarebbe una organizzazione concordata di progetti simili tra Università dei Paesi della Comunità Europea e lo stanziamento di qualche decina milioni di Euro per tutta l’Europa. Il modello sembra valido non solo per gli studi medici ma anche per altre discipline scientifico-tecniche.

Per eventuali contributi alla Amahoro Onlus, che sede in Piazzale A.L. Scuro 10, le coordinate bancarie sono: Unicredit Banca, Agenzia Verona, Ospedale Borgo Roma B 02008 11709 000040158098.

Professore Emerito di Patologia Generale Università di Verona

 

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