05-2010 | Europa/Africa
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“Integrazione Europa-Africa”: il ruolo del nostro Paese

La presenza dell’Italia con imprese e Università

dott. ing. Franco Ligonzo

Nel presentare il primo focus sulla “Integrazione delle infrastrutture Europa-Africa” (n.1-2010) ne avevamo anticipato un secondo dedicato all’interscambio Italia-Africa e alle testimonianze delle imprese italiane eccellenti finalizzato a capire, attraverso una visione a bassa quota anziché “satellitare” come la prima, le “opportunità reciproche” per le imprese italiane e per la stessa Africa. Al solito, questo secondo focus comprende un intervento di tipo istituzionale, da parte del direttore dell’ufficio di Johannesburg dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero (ICE), e interventi di altre persone che hanno conoscenza diretta dell’argomento; a differenza del solito, tuttavia, questi ultimi interventi possono essere classificati in due categorie ben distinte: da una parte quelli delle imprese e dall’altra il progetto, che per brevità chiamiamo “umanitario”, in corso di realizzazione in Burundi da parte dell’Università di Verona (facoltà di medicina) e della fondazione Pro-Africa, presentato dal Prof. Filippo Rossi. Le testimonianze delle imprese appartengono tutte al settore delle costruzioni e, benché monosettoriali, ci sembrano significative in termini di opportunità e difficoltà per le PMI.

Completamente diversa, invece, è la testimonianza del prof. Rossi non solamente per il tipo di progetto ma perché mostra un approccio all’Africa proattivo, efficace e efficiente. Proattivo perché è stato ideato appositamente un servizio per rispondere alle esigenze della controparte. Efficace perché ha risposto effettivamente a questa domanda creando un nucleo di sistema universitario e sanitario con personale locale. Efficiente perché ha risposto al problema di gestire al meglio le risorse disponibili, evitando inutili sprechi. Inoltre tale progetto, pur essendo tagliato sulle esigenze di un particolare Paese (non a caso relativamente piccolo), è replicabile probabilmente anche in altri settori, come ingegneria e agraria. A nostro parere, però, questo focus, proprio perché volto a capire le opportunità del continente africano, richiedeva qualcosa di più di alcune testimonianze particolari; pertanto, siamo andati a cercare altri riscontri.

Fra i più recenti numeri di TIME abbiamo trovato tre servizi significativi:

  • TIME, November 16, 2009 “China’s Africa Gambit – BeiJing is looking beyond the continent’s natural resources to reaching its potential consumers” (La prima mossa della Cina in Africa; Beijing guarda oltre le risorse naturali del continente per raggiungere i suoi potenziali consumatori).
  • TIME, December 7, 2009 “The world of China Inc. – the spreading reach of Chinese companies in poor nations is sparking a backlash against the way they do business” (La crescente presenza delle imprese cinesi nelle nazioni povere sta suscitando una reazione contro il loro modo di fare affari)
  • TIME, May 18, 2009 “Different shades of green. Africa needs to boost food production, but which farming method is the best ?” (Differenti graduazioni di verde; L’Africa ha bisogno di lanciare la produzione alimentare ma qual è il miglior metodo di fare agricoltura ?).

Questi tre articoli possono essere sintetizzati in tre flashes: Africa “colonia” della nuova Cina non solamente come fornitore di risorse naturali ma anche come consumatore predestinato dei prodotti “Made in China”; Africa che “rifiuta di tornare ad essere colonia”, Africa “cantiere” per la sperimentazione di una nuova agricoltura che non sia quella delle multinazionali delle sementi e dei pesticidi ma che dia contemporaneamente risposta ai due grandi problemi locali: la fame e la disoccupazione. Questi flashes mostrano che l’approccio all’Africa dei grandi investitori è proprio il rovescio di quello che serve ed è anche completamente diverso da quello del progetto umanitario presentato dal Prof. Rossi. A questo punto è opportuno spiegare cosa intendevamo all’inizio per “opportunità reciproche”; a nostro parere, infatti, non si può cercare opportunità di business nel continente più povero del Mondo senza porsi un vincolo di responsabilità sociale. Può sembrare utopico, ma non è così.

A riprova, ricordiamo un’intervista sulle sfide e sui benefici di una buona politica aziendale per la responsabilità sociale pubblicata da TIME nell’Ottobre 2007 (già commentata dal sottoscritto sul n.2-2008) il cui titolo e sottotitolo recitavano: “Enlightened Self-Interest- The best corporate social responsibility initiatives are good for society and for business. Two experts explain how to do it right” (Interesse personale illuminato - Le migliori iniziative di responsabilità sociale sono vantaggiose per la società e per il business. Due esperti spiegano come fare). I due esperti erano co-direttori del progetto Etica, Normazione e Globalizzazione al “Cambridge’s Centre for Business Research”. I consigli chiave di quell’intervista nell’ottica del focus odierno sono: n portate avanti progetti che abbiano una qualche relazione con il business; n scartare i progetti che non creano valore per la società e per i promotori; n tenere presente che la beneficenza di oggi può diventare commercio domani. Concludendo, ci sembra che l’approccio giusto, anche per la nostra cultura attenta al “locale”, sia quello del progetto “umanitario” con un giusto orientamento al business.

Infine, aggiungiamo tre considerazioni eminentemente pratiche:

  • l’Africa è vicina geograficamente;
  • l’Africa è vicina storicamente e culturalmente;
  • l’Africa, pur essendo grande, è frazionata in molti Stati anche piccoli e, pertanto, è alla portata anche delle PMI.

Aggiungiamo anche un auspicio: che qualche facoltà di ingegneria o di agraria si faccia promotore di un progetto simile a quello dell’Università di Verona, magari ancora in Burundi.

 

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