12/13-2010 | Attualità Italia
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A colloquio con il nuovo presidente del CSLP

Karrer: sicurezza e “federalismo”le priorità del mio mandato

Roberto Di Sanzo

Francesco Karrer, con D.P.R. del 25 marzo 2010 (Registrato alla Corte dei Conti in data 07 aprile 2010), è stato nominato presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Architetto, professore ordinario di urbanistica presso l’Università “Sapienza” di Roma, nel corso della sua lunga carriera professionale Karrer ha svolto attività di progettazione e consulenza sui temi della pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale e di settore per numerosi enti pubblici nazionali e internazionali, istituti scientifici e società di ingegneria di importanza nazionale. A tal proposito, vi proponiamo un’intervista con il neo presidente, nella quale delinea quali saranno i punti più importanti del suo programma di lavoro e gli ambiti di intervento.

Ha assunto da poco un incarico di notevole prestigio e molto impegnativo: quali sono i punti nevralgici del suo programma di lavoro? E quanto è importante un rapporto proficuo e costante con gli Ordini professionali, in questo caso ingegneri e architetti?

Come sempre, quando si assume l’incarico di governo di una istituzione che si conosce più dall’esterno che non dall’interno, la prima cosa che si deve fare è, appunto, conoscerla in tutti i suoi aspetti, in quelli più critici soprattutto. Sono passati pochi mesi dal mio insediamento. Credo di aver compreso molto, anche se, ovviamente, non tutto. Molti degli “affari” - questo il modo burocratico con il quale si definiscono gli oggetti di competenza del Cslp -, di cui mi sono fino ad ora occupato, possono essere definiti ordinari: autorizzazione dei laboratori geognostici e di prova dei materiali di costruzione, pareri su varie questioni proposte da più parti. Ho constatato che occorre migliorare i processi con i quali si arriva ad autorizzare, a esprimere pareri, rendendoli più celeri e certi nello stesso tempo.

Ma i problemi sono molti e risiedono nella natura stessa dei processi, nelle loro molteplici implicazioni, nei quadri normativi che li presiedono: a volte non completi, spesso di non univoca interpretazione. E poi il problema, non secondario, quale quello dell’organizzazione delle risorse umane e non solo. Anche a questo riguardo ho individuato molte carenze: gravissime per quanto riguarda le risorse umane e nell’incompletezza del quadro organizzativo, eccetera. E’ inutile dirlo: vi è anche un notevole lavoro pregresso da fare. Che, per le questioni suddette, si può definire strutturale. Ovviamente anche le contingenze negative che da ultimo hanno, seppure indirettamente, colpito l’istituto, contano e hanno contato. Ciò ha finora impedito di definire ed esplicitare il programma che ho intenzione di attuare, ma non di iniziare, almeno, a concepirlo: oltre al miglioramento di quanto già detto, nei contenuti, nelle modalità, nei tempi ed anche nello “stile” (quello in uso è decisamente invecchiato), mi pongo l’obiettivo prioritario di superare la logica dello “sportello”. Vorrei che dal Cslp venissero anche “domande” alla società italiana per via della filiera delle costruzioni. E’ per questo che ho avviato la riflessione sul ruolo del Cslp – come quello di analoghi organismi centrali – nella prospettiva del federalismo.

Vale a dire: come costruire norme centrali per soluzioni locali? Quale grado di adattabilità deve avere una norma che nasce nella logica della unitarietà e della uguaglianza per essere adatta alle diverse realtà locali?

Questa problematica, in pratica, investe tutta l’attività del Cslp e, di conseguenza, i rapporti che le altre istituzioni pubbliche e private hanno con il Cslp, ed indirettamente i cittadini tutti. La questione della sicurezza delle costruzioni è, ovviamente, quella soprattutto intorno alla quale tutti questi soggetti e attori si trovano coinvolti. Spero che di questo ne potremo riparlare. Personalmente lo ritengo decisivo. Ed è per questo che, malgrado la situazione contingente molto pesante di cui ho accennato, ho messo sul tappeto da subito tale enorme problema. Intanto ho iniziato a migliorare i collegamenti funzionali con i dipartimenti del ministero delle infrastrutture e dei trasporti e con quelli di altri ministeri che hanno con il Cslp dirette relazioni e ho avviato - o riavviato - molte commissioni e gruppi di lavoro su specifiche tematiche. In questa prospettiva rientra anche il rapporto con gli Ordini professionali e con le rappresentanze tutte degli interessi legittimi. In quanto espressione di domande, in quanto testimoni delle effettività ed efficacia degli apparati normativi e regolamentari, in quanto portatori anche di soluzioni.

Sto cercando di migliorare anche il rapporto con il mondo scientifico ed universitario. Il mio obiettivo è aprire a questo mondo cercando di innovare anche il modo con il quale farlo. Il meccanismo usato nel passato, mi sembra non più valido. Le novità introdotte dal Ministro Matteoli – con la richiesta dell’indicazione di esperti da parte dei rettori delle università – è già significativa di questa tendenza. Intendo proseguire su questa strada; se possibile, migliorandola ulteriormente.

In molti hanno ancora negli occhi il terremoto dell’Aquila. In ambito di prevenzione antisismica, quanto è stato fatto e quanto ancora bisogna fare per mettere in sicurezza il nostro Paese? Sempre in ambito di governo del territorio e dell’ambiente, è ormai lampante che l’Italia è una nazione che frana: come intervenire per assicurare maggior sicurezza alla collettività?

Ormai la normativa antisismica è stata completamente riscritta sia in sé che nella capacità di essere pervasiva in tutta la filiera delle costruzioni. Il problema è oggi quello di farla conoscere, studiare e, soprattutto, applicarla correttamente. Sto cercando di introdurre molte novità al riguardo nella stessa commissione “monitoraggio” sulla efficacia della normazione, proprio alla luce delle nuove norme sismiche, oltre che più in generale. Ho rivisitato la commissione sulla normativa antisismica per i beni culturali, facendo entrare nell’ambito di attenzione della commissione di studi ad hoc anche i beni culturali “estesi”, quali, ad esempio, i cosiddetti centri storici. Spero che il risultato del suo importante lavoro possa essere fatto conoscere quanto prima, in modo da avviare un’ampia discussione con tutta la comunità scientifica e gli operatori del settore. Sul piano concreto ed amministrativo, il potere d’intervento sta però ad altri soggetti istituzionali, centrali e locali. Ritengo doveroso rimanere nell’ambito delle competenze del Cslp, altrimenti si può rischiare di travalicare le competenze. Comunque, da urbanista prima ancora che da presidente del Cslp, ho già in precedenza ed altrove risposto: migliorare la pianificazione preventiva, dotandola di adeguati poteri e strumenti anche di tipo economico-fiscale (chi ricorda più cosa prevede in proposito la legge delega n. 308/2004, anche detta “delega ambientale” in materia?); aprire una riflessione sulle tipologie edilizie più idonee e non solo sulle regole del costruire in generale e sui siti ove realizzarle è anche importante. E’ molto interessante il dibattito che si è sviluppato di recente in Francia sulla possibilità o meno di costruire nelle zone esondabili, ad esempio, previa l’applicazione di apposite tipologie edilizio-costruttive.

Ma si tratta di ragionare con altri: dal ministero dell’ambiente e della difesa del territorio e del mare, alle autorità di bacino, eccetera. Ma, ovviamente, anche e, soprattutto, con i comuni, per via di regioni e province. E’ indubbio che occorra una mobilitazione nazionale sul tema: almeno a livello di conoscenza del problema ci siamo abbastanza. I più recenti finanziamenti, certamente incongrui rispetto alla dimensione del problema – ma lo stato delle risorse è, al momento, quello che è -, dovrebbero costituire un’occasione, almeno, per rappresentare test significativi delle strategie e delle tecniche di intervento. Ma, come noto, il problema richiede molto di più, soprattutto per quello che riguarda il già edificato (sia legale che di quello illegale): la messa a norma dell’esistente è primaria ed imponente per lo sforzo culturale e tecnico e i mezzi che richiede. E’ per questo che anche gli stanziamenti del “piano casa1” dovrebbero essere finalizzati almeno in parte, alla messa in sicurezza delle costruzioni, quindi della popolazione e con essa del territorio. Tutto dovrebbe essere mirato a questo obiettivo primario. La messa a norma reale e realistica dell’esistente – sia del patrimonio edilizio che di quello infrastrutturale -, è la cosa più importante e difficile da fare: ad iniziare dalla normazione, al riguardo spesso astratta e, come tale, di difficile se non impossibile applicazione.

L’emanazione delle normative tecniche e le loro linee guida vanno nella direzione della maggior trasparenza nell’assegnazione degli appalti: è un primo passo verso regole chiare e rigorose?

Norme tecniche delle costruzioni, norme sui contratti pubblici, eccetera: tutto va da tempo nella direzione della trasparenza e della imparzialità. I comportamenti, purtroppo, non sempre. Il trend è segnato. Qualche leggera inversione di tendenza - è vero - vi è stata, ma credo che si tratti più di aggiustamenti che non di vere e proprie inversioni: ampliamento dell’applicazione della trattativa privata, contraente generale, concessioni, offerte anomale, deroghe al progetto esecutivo: anche il Presidente dell’autorità di vigilanza sui contratti pubblici lo ha di recente rilevato. Ma ritengo che il problema stia soprattutto nel fatto che le stazioni appaltanti devono imparare ad esprimere meglio la “domanda pubblica”, i RUP a fare bene gli atti di gara in genere e successivamente, i documenti di progetto, controllandoli bene soprattutto quando le progettazioni sono affidate all’esterno. I concorrenti nelle gare di lavori devono imparare a rispondere correttamente a quanto richiesto dagli atti di gara, anche se i “format” stabiliti - sono il primo a riconoscerlo -, sono eccessivamente pesanti e non sempre davvero funzionali a mettere in evidenza le qualità vere degli offerenti, oltre la loro capacità a fare al meglio sul piano sostantivo quanto loro richiesto. E per il quale si propongono. Tanta virtuosità è “nelle carte”, che contengono forse anche un eccesso di tentativi di prevenzione di comportamenti poco virtuosi: la pratica non sempre la rappresenta. E allora? La domanda va rivolta a tutti e la risposta, altrettanto, deve essere data da tutti gli attori in gioco. Perché dalla qualità formale si arrivi davvero a quella sostantiva. Che, una volta, si sarebbe definita della “regola d’arte”.

 

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