16-2010 | Attualità Europa
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Sicurezza stradale: troppo sottovalutato il fattore “infrastrutture”

Davide Canevari

Nel focus Infrastrutture e trasporti in Europa, pubblicato sul numero 10 del nostro Giornale, era stato dato ampio spazio al tema dell’incidentalità su strada - Una nuova cultura della sicurezza - evidenziando la necessità di interventi a tutto campo, a livello di infrastrutture, mezzi di trasporto, prevenzione e formazione. A riaccendere l’attenzione sul tema è il nuovo Road Safety - Analytical Report pubblicato dalla Commissione Europea nella collana Eurobarometro. Si tratta, in questo caso, di un’indagine a campione (condotta nel mese di giugno) su oltre 25 mila europei, con lo scopo di rilevare quali aspetti e problemi della sicurezza stradale sono ritenuti prioritari e quali possibili interventi suggeriscono i cittadini della Ue per migliorare la situazione attuale. C’è un aspetto molto significativo che emerge da questo rapporto: lo scarso peso attribuito all’aspetto infrastrutturale rispetto al fattore umano. Prevale, in altre parole, la convinzione che il comportamento alla guida di un mezzo sia in assoluto la causa principale di incidentalità. E, dunque, che sulla persona si debba agire. La qualità delle strade, la manutenzione della viabilità e ogni altra forma di adeguamento dell’hardware sembrano invece essere variabili di minore rilievo.

O, addirittura, di peso trascurabile in alcune nazioni del Vecchio Continente. Tra queste, purtroppo, sembra esserci anche l’Italia. In assoluto, il principale safety issue per i cittadini europei è rappresentato oggi dalla guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti. Alla domanda, posta agli intervistati dall’indagine Eurobarometro, se percepissero questo problema come un grave fattore di rischio per la sicurezza del trasporto su strada, ben il 94 per cento ha risposto in maniera affermativa. Meno dell’1 per cento del campione ha invece asserito che questa non poteva essere considerata una criticità, per lo meno per il proprio Paese di appartenenza. Altra nota dolente, quella dell’eccesso di velocità. Per il 78 per cento degli europei il non rispetto dei limiti e l’eccessiva confidenza con l’acceleratore vanno ritenuti una delle maggiori cause di incidentalità. Più o meno sullo stesso livello - con il 78 per cento di risposte affermative - lo scorretto uso del cellulare a bordo dell’auto. Un europeo su cinque si è detto invece convinto che la distrazione indotta dall’impiego di telefonia mobile senza l’uso di viva voce è trascurabile e non accresce, di fatto, il rischio di incidentalità o le conseguenze di un sinistro.

C’è poi la questione delle cinture di sicurezza. A livello globale 3 europei su 4 si dicono persuasi del fatto che non indossare le seatbelt possa essere riconosciuto come un problema prioritario in termini di sicurezza. Eppure, ci sono nazioni che fanno eccezione. Per il 53 per cento degli svedesi la questione è irrilevante o di scarsa importanza. E lo stesso dicasi per il 47 per cento dei danesi e per il 41 per cento dei britannici. Verrebbe da pensare che nelle nazioni che da sempre adottano questa soluzione e dove, quindi, anche la trasgressione agli obblighi è marginale, c’è una minore percezione dell’importanza di questo aspetto. Il ricorso alle cinture viene dato per scontato. In sintesi, quindi, a parte le inevitabili differenze da Paese a Paese, emerge un quadro generale ben definito: i comportamenti irresponsabili o scorretti del guidatore sono percepiti come altrettanti fattori di debolezza in termini di sicurezza stradale, con risultati quasi plebiscitari. Nulla da eccepire. La stessa Commissione Europea ha calcolato che se tutti i cittadini europei rispettassero i limiti di velocità, indossassero sempre le cinture, evitassero di mettersi alla guida dopo aver assunto bevande alcoliche o sostanze stupefacenti, ogni anno sulle strade europee si potrebbe prevenire la morte di 12 mila viaggiatori. C’è però dell’altro.

Purtroppo nel 2007 la mortalità per incidente stradale nella Ue a 27 Paesi - pur in calo rispetto agli anni precedenti - ha sfiorato le 43 mila unità. L’intervento sui comportamenti dei guidatori è quindi sicuramente importante, ma non può essere considerato come la sola soluzione. Purtroppo, sulle altre possibili direzioni da intraprendere la consapevolezza degli europei sembra essere molto più tiepida. Il discorso vale, in particolare, per il ruolo che può giocare l’ammodernamento e l’adeguamento delle infrastrutture. L’indagine Eurobarometro ha infatti anche proposto agli intervistati europei alcune possibili soluzioni per migliorare l’attuale livello di road safety. Tra queste, in primo luogo, l’opportunità di intervenire proprio sulla qualità delle strade. Solo il 52 per cento degli interpellati ha però riconosciuto che incrementare il livello di sicurezza delle strade andrebbe posto come una delle priorità da parte delle istituzioni interessate al problema della lotta all’incidentalità. Tra le misure alternative proposte, anche l’inasprimento delle normative sul traffico e sulla viabilità (per 4 europei su 10, un tema sul quale andrebbe certamente fatto di più) e il lancio di nuove campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza (prima o seconda priorità, in termini di rilievo, per il 30 per cento degli europei intervistati). Freddina la reazione alla proposta di prevedere, per chi è già patentato da tempo, programmi di aggiornamento e di training.

Interessante, a questo punto, evidenziare qualche significativa differenza geografica. La nazione che sembra invocare con maggiore insistenza un miglioramento della dotazione infrastrutturali è la Polonia, dove il 58 per cento degli intervistati ha segnalato l’intervento sulla sicurezza della viabilità come la priorità assoluta (un ulteriore 22 per cento lo mette in seconda posizione, in termini di rilievo). A seguire la Lituania (57 per cento), la Bulgaria, la Grecia e la Romania. L’Italia si posiziona sensibilmente al di sotto della media europea: solo un connazionale su quattro evidenzia come prioritario l’investimento in sicurezza sul versante delle infrastrutture. E ben il 54 per cento dei nostri connazionali non considera come una soluzione davvero utile l’incremento della road infrastructure safety.

Per fare un confronto con alcune altre nazioni occidentali va rilevato che l’investimento sul fronte infrastrutturali è messo al primo posto dal 28 per cento dei tedeschi, dal 22 per cento degli inglesi, dal 42 per cento degli spagnoli, dal 19 per cento dei francesi, dal 14 per cento degli austriaci. L’Italia si posiziona, invece, al primo posto europeo nella richiesta di leggi più severe. Il 30 per cento dei nostri connazionali sembra essere convinto del fatto che i migliori risultati nella riduzione dell’incidentalità si potrebbero ottenere rendendo più severe e stringenti le norme del codice della strada. Sempre a titolo di esempio si può segnalare che la stessa posizione è stata condivisa (solo) dal 15 per cento degli spagnoli, dal 18 per cento dei Francesi, dal 20 per cento dei britannici e da un tedesco su quattro. Altra anomalia dell’italiano su strada, riguarda la possibilità di introdurre periodici re-training di soggetti già in possesso di una patente. L’idea viene scartata a priori come assolutamente non prioritaria dal 90 per cento degli italiani, rispetto al 26 per cento medio dell’Europa a 27, al 59 per cento dei francesi, al 66 per cento di spagnoli e britannici.

L’Italia è in assoluto il Paese che pone meno affidamento in questa opportunità. Un’ultima considerazione di tipo sociologico. A livello europeo la consapevolezza di dover intervenire anche sulle infrastrutture per un deciso salto di qualità della sicurezza tende a crescere con la posizione lavorativa dell’intervistato o con il livello della formazione conseguita. Se l’intervento sulla viabilità è stato segnalato come indispensabile e prioritario dal 55 per cento degli intervistati highly educated, la quota scende al 49-52 per cento tra gli average level e al 47 per cento tra gli studenti. Allo stesso tempo, il 59 per cento dei liberi professionisti ha enfatizzato l’importanza di investire sulle infrastrutture, rispetto al 54-55 per cento dei lavoratori dipendenti e al 48 per cento dei disoccupati.

 

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