18/19-2010 | brevetti e Università
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Brevetti e Università, in Italia il mercato delle idee fatica a crescere

Donato Di Catino

Quanto è difficile, in Italia, depositare un brevetto e far sì che possa avere un sicuro rendimento? E soprattutto, quanto vale il mercato delle idee del Bel Paese? Se è ormai assodato che in molte realtà europee e internazionali la ricerca in ambito universitario è sicuramente sostenuta con maggior vigore, da noi va rimarcata una situazione piuttosto anomala: recentemente il Codice della proprietà industriale ha riproposto il modello della titolarità dei brevetti a favore unicamente dei ricercatori. Insomma, la scoperta in Italia potrà ancora essere registrata a livello personale. E a livello accademico tale trend può creare difficoltà alle stesse università e al mondo dell’impresa, specialmente quella piccola e media, che continuerebbe ad avere notevoli problemi – come accade ora – ad accedere alla fonte dell’innovazione.

Un modo di agire stigmatizzato da Alessandro Schiesaro, professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma, che in un fondo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” commenta: “La decisione italiana di consentire a chi fa ricerca nelle università di mantenere la proprietà intellettuale delle scoperte realizzate nell’ambito dell’attività universitaria, priva in linea di principio gli atenei di una ragionevole compartecipazione ai frutti potenziali di scoperte cui hanno contribuito con uomini e mezzi e allo stesso tempo rende più ardua la trasformazione di idee brillanti in progetti vincenti”. Ecco perché “Un’università moderna deve poter brevettare i risultati raggiunti dai suoi ricercatori, garantire ad essi una giusta condivisione degli utili e investire il resto a favore dell’ateneo, in modo da rafforzare anche i settori dove la ricerca non produce profitti”. Anche perché un ricercatore singolo difficilmente ha i mezzi, le conoscenze e la disponibilità economica per far circolare l’informazione e la comunicazione concernente il proprio brevetto; attività che invece, un ateneo, grazie alla struttura marketing, può svolgere sicuramente con maggior efficacia.

Tra l’altro, i dati dimostrano che il sistema università nostrano in tale settore è davvero efficiente: Netval raccoglie al giorno d’oggi 45 università. Anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) partecipa al progetto Netval, nato con l’obiettivo di supportare e valorizzare i risultati della ricerca attraverso attività formative e di networking con istituzioni, mondo delle imprese e della finanza. Ebbene, atenei più Cnr sono in possesso di ben 1949 invenzioni (ultimo dato disponibile: 2008), per un rendimento, in termini di licenze e opzioni, di 1 milione e 306 mila euro all’anno. Cifre importanti, che però si faticherà a mantenere, secondo gli esperti, specialmente dopo la riduzione dei finanziamenti al sistema universitario nazionale.

Ma come funziona la relazione brevetti-ricercatori-università in altri Paesi? Rimanendo in Europa e dando uno sguardo alla Gran Bretagna, al ricercatore è riconosciuta una quota di royalties per le invenzioni, oppure una quota di azioni nel caso in cui la scoperta abbia portato alla nascita di nuove imprese. Il resto va tutto all’università, e il sistema pare funzionare. In Germania, invece, al ricercatore è riconosciuto il 30% del ricavato lordo dello sfruttamento del brevetto. Trasvolando l’Oceano ed approdando negli Stati Uniti, qui le cose sono differenti: generalmente, sono le università ad essere titolari dei brevetti. I proventi, invece, sono divisi tra l’università, l’inventore e il Governo con modalità e ripartizioni che variano da una realtà all’altra.

 

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