20/21-2010 | Nobel
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I riconoscimenti a Diamond, Mortensen e Pissarides

I Premi Nobel per l’economia e la crisi del mercato del lavoro

prof. Piergiovanna Natale

Nell’ottobre scorso l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia ha assegnato il premio Nobel per l’economia 2010 a Peter Diamond (MIT), Dale Mortensen (Northwestern University) e Christopher Pissarides (London School of Economics). Come quasi tutti i loro predecessori, i tre laureati 2010 non sono nomi noti ad un vasto pubblico, ma – a differenza di molti loro predecessori – hanno subito conquistato le prime pagine dei giornali. La ragione dell’interesse suscitato dall’assegnazione 2010 si coglie già dai titoli degli articoli loro dedicati: Diamond, Mortensen e Pissarides …Un premio a chi studia il lavoro (Il Sole 24 Ore); Politiche economiche e disoccupazione. A tre ricercatori il Nobel per l’Economia (Il Corriere della Sera); Premiati Diamond, Mortensen e Pissarides per i loro studi sul mercato del lavoro (La Repubblica); Jobs trio share Nobel for economics (Financial Times).

Un premio ispirato dalla difficile situazione economica mondiale e dai timori per una ripresa senza occupazione? In realtà, il contributo scientifico di Diamond, Mortensen e Pissarides va ben oltre la comprensione del funzionamento del mercato del lavoro. L’Accademia Reale delle Scienze scrive infatti che il premio Nobel 2010 è stato attribuito per gli studi condotti sui mercati caratterizzati da search frictions. Come il fisico assume l’assenza di attrito nello studio dei fenomeni di suo interesse, così l’economista spesso ipotizza che l’incontro tra domanda e offerta nei mercati avvenga senza alcun genere di frizione. L’informazione sulla quantità e qualità dei beni e servizi domandati e offerti nei mercati dai diversi attori economici è disponibile a tutti e quindi se i prezzi possono muoversi liberamente, l’incontro tra coloro che domandano e coloro che offrono elimina ogni eccesso di offerta o di domanda, lasciando tutti gli agenti economici soddisfatti delle proprie scelte e assicurando che beni con le medesime caratteristiche siano scambiati al medesimo prezzo.

In un mondo senza frizioni, non possiamo avere simultaneamente venditori con merce invenduta nei magazzini e acquirenti insoddisfatti, lavoratori disoccupati e imprese in cerca di lavoratori; non possiamo neppure osservare prezzi diversi da offerenti diversi per il medesimo bene. Eppure, quanto abbiamo appena descritto accade in molti mercati. Diamond, Mortensen e Pissarides hanno costruito dei modelli che ci consentono di descrivere e quindi comprendere il funzionamento di questi mercati. Il punto di partenza è il riconoscimento che ci sono dei costi da sostenere per individuare il partner adatto per portare a termine lo scambio, i cosiddetti costi della ricerca o search frictions, appunto. Questi costi variano da mercato a mercato e sono generalmente più elevati in mercati nei quali è forte l’eterogeneità del bene oggetto di scambio, come ad esempio i servizi di lavoro. Ipotizzare l’assenza di frizioni può essere un’innocua semplificazione nello studio di alcuni mercati, ma risultare molto fuorviante nell’esame di altri. D’altro canto non è sempre facile stabilire l’entità dei costi di ricerca e quindi valutare i benefici derivanti dalla loro riduzione.

Qualche indicazione sulla dimensione dei potenziali benefici associati alla rimozione dei costi di ricerca è tuttavia disponibile. Consideriamo ad esempio lo studio condotto da Robert Jensen dell’Università di Harvard sulle conseguenze della progressiva diffusione tra il 1997 e il 2001 della telefonia mobile nella regione indiana di Kerala per il funzionamento del mercato del pesce. Jensen osserva come prima dell’introduzione della telefonia mobile il mercato del pesce lungo la costa – ed in particolare delle sardine – fosse molto frammentato: i pescatori offrivano solitamente il pescato sul mercato del proprio porto di partenza. Non avendo informazioni sulle condizioni di domanda e offerta prevalenti nei diversi mercati lungo la costa, la strategia migliore era certamente rientrare al porto di partenza. Tuttavia questa pratica comportava notevoli sprechi. Jensen calcola che in media tra il 5 e l’8 per cento del pescato giornaliero restasse invenduto, a fronte di una domanda insoddisfatta.

Come riporta Jensen a scopo illustrativo, nella medesima giornata 11 pescatori nella cittadina di Badagara gettavano in mare il proprio pescato mentre solo a 15 chilometri a sud 27 compratori lasciavano il mercato senza aver potuto acquistare il quantitativo di pesce che desideravano. L’introduzione della telefonia mobile modifica radicalmente lo scenario: prima di rientrate in porto, i pescatori possono informarsi su domanda e offerta nei mercati lungo la costa e dirigersi verso il mercato nel quale le condizioni sono più favorevoli. Jensen rileva come la quota di pescatori che sceglie di rientrare in un porto diverso da quello di partenza passi da zero al 35 per cento a seguito della diffusione della connessione mobile. I benefici non tardano a manifestarsi: tra il 1997 e il 2001, ovvero in quattro anni, il prezzo medio delle sardine scende del 4 per cento e si uniforma lungo la costa; i profitti dei pescatori crescono in media dell’8 per cento. In due mesi un pescatore rientra della spesa sostenuta per l’acquisto del telefono. Si potrebbe osservare che la dimensione dei benefici identificati da Jensen rifletta l’estrema deperibilità del prodotto; in realtà benefici di comparabile dimensione sono stati rilevati per i mercati dei cereali nell’Africa subsahariana e in India.

L’importanza di questi risultati appare evidente quando si consideri che intorno alle priorità da perseguire per favorire lo sviluppo economico si svolge da tempo un accesso dibattito, che ha visto esponenti di spicco nella lotta alla povertà a livello mondiale – Bill Gates stesso – sostenere che gli investimenti in ITC debbano lasciare il passo ad investimenti nella salute o nella sicurezza alimentare. Come osserva Jensen, il buon funzionamento dei mercati dei prodotti agricoli ha un ruolo cruciale nel determinare il benessere di un Paese quando una grande parte della sua popolazione vive del reddito generato dalla coltivazione e vendita di tali prodotti. Il mercato lavoro dei Paesi sviluppati soffre per certi versi degli stessi problemi che abbiamo descritto per altri mercati nei Paesi in via di sviluppo. Sovente, si tratta di un mercato con un forte carattere locale, a motivo dei costi associati alla mobilità dei lavoratori.

Ad esempio, la persistenza della disoccupazione in alcune regioni degli Stati Uniti a fronte di una ripresa della domanda per il Paese nel suo complesso è da più parti attribuita al fatto che la caduta nel valore degli immobili alza i costi della ricerca di nuova occupazione perché vendere la propria casa comporta realizzare una perdita mentre rinviare lascia aperta la possibilità di beneficiare di una ripresa del mercato immobiliare. La raccolta di informazioni sulla disponibilità di posti di lavoro da parte del lavoratore richiede tempo, così come il processo di selezione della forza lavoro è costoso per l’impresa. Con riferimento a questo aspetto, la diffusione delle ITC ha certamente contribuito al miglior funzionamento del mercato. A questo si deve aggiungere che il mercato del lavoro presenta una peculiarità: la produttività del lavoratore varia a secondo dell’occupazione nella quale il lavoratore si trova. Un appropriato match impresa-lavoratore è la condizione per generare valore.

Se i costi della ricerca per il lavoratore sono elevati, le probabilità di formare cattivi match aumentano e il prodotto dell’economia e le sue potenzialità di crescita si riducono. Questo è un argomento forte a favore di un sistema di welfare generoso – in particolare nei confronti di lavoratori in cerca della prima occupazione – e al contempo rigoroso nel richiedere e verificare impegno nella ricerca di occupazione. Si applica a molti Paesi; al nostro forse più che ad altri.

prof. Piergiovanna Natale - Ordinario di Economia Politica, Dipartimento di Economia Politica Università degli Studi di Milano-Bicocca

 

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